Tra liturgia e performance

Un dialogo con Luigi Presicce
Lo studio di Luigi Presicce, Firenze, foto dell’artista

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Giacinto Di Pietrantonio e Lorenzo Madaro

Lorenzo Madaro: Parlaci della festa di Santa Cesarea, patrona del tuo paese, Porto Cesareo. 

Luigi Presicce: Porto Cesareo è uno di quei paesi in cui la processione si svolge al mare, per cui tutte le paranze si organizzano e su quella ‘madre’ si trasporta la statua della santa, accompagnata dalla musica di una banda. Dopo la messa, inizia una processione incredibile, che si può ammirare anche da terra, fino a un certo punto. Non è una cosa che passa inosservata, soprattutto se sei un bambino e hai un padre pescatore che ti ci porta.

LM: È la prima performance a cui hai assistito da bambino?

LP: Penso di sì. Questa e molte altre, ad esempio i Misteri.

Giacinto Di Pietrantonio: C’è un’iconografia particolare?

LP: Da noi, dove mi portava sempre mia nonna, contava la ritualità di questi tre giorni della Passione. Giorni in cui Cristo, dopo l’Ultima cena, viene tradito e baciato da Giuda nel giardino dei Getsemani, viene catturato, processato, poi flagellato e messo in croce. Tutte queste cose rimangono ben impresse nella testa. 

GDP: Queste sono considerabili performance? 

LP: C’è un racconto, ma non siamo proprio in ambito performativo. A Porto Cesareo, utilizziamo statue che vengono trasportate per il paese, come un funerale. È pura liturgia. La questione della narrazione è la cosa rilevante, cioè come gli eventi vengono ri-raccontati sempre nello stesso modo, anno dopo anno.

LM: Una persistenza che ritorna…

LP: In fondo la religione serve a operare un viaggio attraverso un immaginario che crea il credente stesso. Il Paradiso e l’Inferno sono scenari narrati, sono luoghi immaginari e costruiti dalla mente fantasiosa dell’uomo. Per cui il racconto è importante per avere delle visioni, come accade ad Alex DeLarge in Arancia meccanica quando immagina una sublime fustigazione di Cristo. 

GDP: Bisogna quindi immaginare le cose, osservando queste ritualità, giusto?

LP: Esatto, nonostante ci sia un’iconografia classica, milioni di affreschi e dipinti che raccontano i vangeli. Però queste cose un bambino non le sa, come l’uomo del Medioevo pensa siano reali, perché tramandate.

GDP: Un’altra cosa di cui volevo argomentare anche con Lorenzo, pugliese come te, riguarda il Carnevale di Putignano, che secondo alcune fonti storiche è il primo carnevale popolare. 

LP: Sì, molto popolare, perché nasce nelle campagne all’arrivo delle reliquie di santo Stefano in Puglia. I contadini, intenti a svolgere il lavoro nei campi, inscenarono canti e balli agitando dei rami di vigna. C’entra sempre in qualche modo la religione, che viene poi trasformata in qualcos’altro, o viceversa: storie surreali che diventano vite dei santi.

GDP: Lorenzo mi diceva che hai fatto anche un lavoro specifico su questo…

LP: Sì, a Putignano, è una performance intitolata Santo Stefano, i coriandoli, le pietre (2015). Ho lavorato su un’iconografia classica, un dipinto di Ensor, Autoritratto con maschere. Avevo convocato attori di una compagnia teatrale composta da anziani, bravissimi!

GDP:Vorresti parlarmi del tuo studio? Perché è uno studio molto particolare, sempre pieno di cose, sempre un accumulo… 

LP: Si, tra Barocco e Rococò, mi verrebbe da dire! Tu ricordi anche il mio studio di Milano, era peggio…

LM: Io ricordo solo in foto quello studio.

LP: Era decisamente uno studio diverso, pieno di materiali, cose trovate, comprate, regalate, collezionate… Era un laboratorio dove venivano forgiate molte cose, non era solo accumulo e conservazione di reperti, forse più vicino alla caverna di un mistico che a un atelier… D’altronde lì è nata tutta la serie dei Maghi e le prime performance di carattere esoterico.

GDP: E lo studio di Firenze?

LP: L’ho preso solo nel gennaio 2018, prima di partire per New York. Quando sono tornato, all’inizio dell’estate, ho ripreso a dipingere anche con il Simposio di pittura e avevo bisogno di un luogo per riappropriarmi della pratica quotidiana della pittura e del disegno, che avevo perso facendo ‘l’organizzatore’ delle mie performance.

GDP: Luigi, Lorenzo prima mi parlava di Ezechiele Leandro. Che rapporto hai con questo artista?

LP: Tutto nasce con «Brown Magazine», una rivista online da me fondata, prima di Brown Project Space (nato nel 2008, il primo spazio-progetto a Milano), con Luca Francesconi e Valentina Suma. Iniziammo a pensare delle linee guida che avessero a che fare con i principi che ci avevano mosso a intraprendere questa impresa: la spiritualità, l’arte popolare, la metafisica e l’alchimia. Erano questi quattro temi che dominavano i contenuti, della rivista prima e dello spazio poi. Arrivai nella casa-studio di Leandro a San Cesario di Lecce e nel giardino, il Santuario della Pazienza, quando ancora era ricco di opere. Ero andato per fare un’intervista ad Antonio Benegiamo, che è il nipote di Leandro, e per documentare il suo lavoro, poiché lui era già morto, nel 1981. L’intervista venne pubblicata su uno dei primi numeri di «Brown Magazine». Avevamo questa idea che un artista intervistasse un altro artista. In questo caso ero io che intervistavo Leandro, che però era morto. 

LM: L’altro tuo riferimento primario è Carmelo Bene. 

LP: Carmelo Bene è una figura centrale del Novecento, da molti preso ad esempio solo per determinati atti ‘osceni’. La prima volta che l’ho incontrato di persona qualcosa dentro di me ha iniziato a vacillare, a sgretolarsi, e non sapevo nemmeno che quell’uomo fosse lui. Era bastata la sua voce a spezzarmi le gambe. Da lì tutto è rimasto per me qualcosa di inavvicinabile, che guardo, ma senza la pretesa di avere gli occhi giusti. Provo sempre a far vedere Salomè di Carmelo Bene ai miei studenti, ma è troppo, ancora oggi. 

GDP: A noi infatti sembra solo che abbiate dei riferimenti simili, per esempio la visionarietà del sacro.

LP: È una questione di appartenenza a un territorio… san Giuseppe da Copertino è un santo nostro, un nostro vicino di casa. Il locus fa la differenza. Insomma dài, neanche Pasolini è nato ad Arcore!

GDP: Come anche il bellissimo mosaico di Otranto. L’albero della vita con le storie bibliche nella cattedrale.

LP: Sì, l’ho studiato molto, nel senso che ci vado ciclicamente, credo che sia il più grande al mondo. Molto spesso mi sono soffermato su cose che mi interessavano a livello narrativo come la costruzione della Torre di Babele. Tutte le figure mi affascinano, sono assurde: se pensi che esiste il Diavolo con la scritta ‘Satan’, l’albero della vita che ‘dissemina’ storie, Adamo ed Eva, lo zodiaco, serpenti che vomitano altri serpenti, elefanti, tigri, leoni, e poi un gatto con gli stivali. Tutto creato da una sola persona, il monaco Pantaleone, nel XII secolo. 

LM: Anche Leandro rimase molto affascinato dalla struttura dei corpi. Il mosaico di Otranto è stato per lui fondamentale.

LP: Sì, non stento a crederci, perché alla fine sono tutte figure un po’ storte, disegnate male, come quelle di Martin Maloney. 

LM: Ho notato da Instagram che ora stai lavorando tantissimo con la pittura anche su piccoli formati. 

LP:La misura ridotta è un risultato che ho raggiunto in questi tre anni. Si tratta di un formato di 30×25 cm, abbastanza piccola come misura, ma, come direbbe il nostro Luigi Ontani: «grande non vuol dire grandioso». Cerco di arrivare a un punto in cui l’immagine che si trova all’interno di questo piccolo rettangolo racconti tutto, come una formella medievale. La pittura da tavolo (da piccolo cavalletto), si fa da seduto, e si ha una postura diversa da chi dipinge in piedi cose grandi. Il quadro piccolo è una questione meditativa, quasi da amanuense, che è quello che alla fine volevo dalla pittura: riscoprire il lato spirituale. Pensa all’Annunciata di Antonello da Messina a Palermo, quando la vedi dal vero dici: «Caspita! Tutto qui?» Invece riempie un museo intero.

LM: Ho anche visto che è cambiata molto, in questi anni, la tua tavolozza. 

LP: Molti cambiamenti sono iniziati a New York, altri riguardano l’idea della fine, della catastrofe, della pandemia. Mentre tanti esseri umani hanno sofferto, i pittori (una categoria a parte) ne hanno giovato. In questo periodo la mia tavolozza si è arricchita sempre più di colori acidi o fluo, e al contempo è stato molto improbabile pensare di produrre delle performance. 

GDP: Ormai sei a Firenze da una decina d’anni, questo ha cambiato qualcosa nel tuo lavoro?

LP: All’inizio per me era molto interessante anche la casualità di entrare nei posti e vedere cose bellissime, grandi affreschi, opere indimenticabili. In quei primi anni è nata la mia fascinazione per le Storie della Vera Croce. Ricordo che passeggiavo verso la basilica di Santa Croce, vidi una fila di persone entrare nel chiostro e mi infilai anche io come un ladro, ignaro di dove stessero andando. Si poteva salire sui ponteggi e vedere il ciclo suddetto di Agnolo Gaddi da vicino. Da lì nacque l’idea di cimentarmi con quel tema abbandonato da seicento anni. Ora però incomincio a soffrire per la mancanza del mare e di tutta una serie di familiarità che qui non ho. 

GDP: Quindi vorresti tornare a Porto Cesareo?

LP: Se il Signore mi fa questa grazia…

LM: Ci stavi già pensando attivamente?

LP: Si, da qualche anno: o lo Jonio o l’Hudson!

LM: Con Francesco Lauretta hai avviato la Scuola di Santa Rosa.

LP: Ci siamo inventati la Scuola di Santa Rosa per poterci vedere una volta a settimana. Un martedì lo chiamai e gli chiesi: «Perché non andiamo a disegnare sull’Arno come gli americani?» Ci mettemmo lì a disegnare e a conversare, di film, di libri, di mostre, di artisti. Una volta tornati a casa, ci accorgemmo che avevamo creato un momento veramente unico e prezioso, qualcosa da ripetere. E da quel 17 ottobre del 2017, sono ormai quattro anni e mezzo che facciamo la scuola ogni santo martedì. È una libera scuola di disegno aperta a tutti, in cui se uno vuole disegna, parla, pensa, beve, fuma, trascorre dei momenti diversi, lieti, in un contesto che può essere un bar, un giardino, un museo. Mettiamo una piccola locandina sui social tutti i lunedì in cui indichiamo ora e luogo, e ogni volta viene gente nuova. 

GDP: C’è qualcosa che vuoi aggiungere?

LP: Polka Puttana, un progetto davvero straordinario fatto in piena pandemia, quando io e Matteo Coluccia (poi con Chiara Camellina e Gabriele Tosi) ci siamo inventati di fare mostre itineranti con un furgone, perfino su una nave della Grimaldi da Palermo a Livorno!

GDP: E Lu Cafausu e La festa dei vivi?

LP: Nel 2010 fui invitato a far parte di un collettivo che nasceva dalle ceneri del gruppo Oreste, Lu Cafausu appunto. Lu Cafausu è una specie di coffe house del Settecento, sopravvissuto alla distruzione di una grande villa e del suo giardino, ora situato al centro di un parcheggio di case popolari (un luogo immaginario che esiste per davvero). Il 2 novembre 2010 coniammo La festa dei vivi (che riflettono sulla morte). Per la prima edizione organizzammo per le strade di San Cesario di Lecce (luogo in cui si trova Lu Cafausu) una processione sui generis in cui spingevamo una barca per le strade del paese, proprio dove di solito passano le automobili. Coinvolgemmo una serie di amici anche dagli Stati Uniti (come And And And) chiamati a spingere con noi la barca. Nel tragitto vi erano delle soste in cui si leggevano stralci di libri che parlavano di morte, di rinascita, di questioni legate all’eterno. Lu Cafausu fu anche invitato a documenta 13 nel 2012. Le edizioni degli ultimi due anni sono state annullate per via del COVID-19, ma ogni anno abbiamo sostituito la festa dei morti con quella dei vivi sempre con nuovi progetti popolari.