Tecnologie della speranza
Una conversazione con Luciano Floridi

Chris Torres, Nyan Cat, 2011, gif. L’NFT della gif di Nyan Cat, nel febbraio 2021, è stato battuto all’asta sulla piattaforma Foundation per una cifra equivalente a circa 580.000$

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Gian Maria Tosatti

Il valore di alcuni elementi culturali è misurabile osservando la loro diffusione all’interno della letteratura popolare. In questi anni il concetto di avatar, per esempio, ha travalicato i confini del mondo tecnico digitale a cui appartiene, ed è diventato un fattore di grande attrazione per il cinema e, soprattutto, per le serie televisive, divenute una versione contemporanea del romanzo d’appendice, il genere letterario che ha permesso di registrare, con precisione e ricchezza di dettagli incredibili, il XIX secolo e la sua rivoluzione industriale. Oggi che, invece, siamo nel pieno di quella che lei definisce, in un suo libro dallo stesso titolo, ‘la quarta rivoluzione’, abbiamo – su piattaforme digitali che sono il corrispettivo dei vecchi giornali e riviste – una nuova video-narrativa, in cui il concetto di avatar, popolarizzato e spettacolarizzato da un precursore come James Cameron nel suo film del 2009, è fra i temi più trattati. Perciò, a lei che ha coniato il neologismo onlife, chiedo cosa sia effettivamente un avatar, e qual è il rapporto che stabilisce con l’identità matrice che lo genera.

L’avatar è una proiezione ulteriore di noi stessi. Una nostra ‘presenza altrove’, che ci ‘incarna’ in uno spazio digitale. È una identità che sta in una posizione ibrida tra dimensione pubblico-sociale e intima. Cominciamo col dire che la prima ragione di incarnarsi in un avatar è data dalla volontà di andare in un luogo digitale che è, comunque, uno spazio pubblico. Sto parlando dei social network e del metaverso. In questa prospettiva, l’avatar è un mezzo per interagire socialmente. Da un altro punto di vista, però, l’avatar è la quintessenza di una identità a cui si può dare la forma che si vuole. E, in questo, si dimostra un poco più distaccato da altre forme di rappresentazione che diamo di noi stessi anche sul web. In generale, infatti, è molto difficile modificare la propria identità su piattaforme come LinkedIn o altri social. Per farlo, si dovrebbero falsificare molte informazioni in modo incrociato su network interconnessi, Facebook, Instagram, TikTok. L’avatar, invece, è uno strumento che consente di fare un salto, attuare una specie di separazione fra l’essere e il tentacolare sistema di verifiche che i social richiedono. E nel realizzarlo, esso sfrutta tutte le potenzialità di disegnabilità del sé che tale entità può consentire.

In questa rappresentazione del mondo social c’è, però, una cosa da notare. Chi, infatti, ha disegnato e sta disegnando le piattaforme digitali, appartiene ancora, prevalentemente, a una generazione che è alfabeticamente analogica. E che, quindi, imposta parzialmente le logiche di programmazione, secondo schemi di una socialità predigitale. Tuttavia, il tempo passa e i nuovi ingegneri e progettisti del metaverso cominciano a essere nativi digitali. Ciò porta a pensare che con loro, forse, cambierà anche l’abitabilità dello spazio digitale, che somiglierà sempre meno allo spazio fisico. L’evoluzione dei social ci dà degli indizi in tal senso. LinkedIn, da lei citato, è profondamente radicato nel mondo fisico per quanto riguarda le sue dinamiche relazionali. Lo stesso vale per Facebook e i social più ‘arcaici’. Mentre TikTok, più recente, sviluppa connessioni tra gli utenti che rispecchiano logiche relazionali differenti rispetto a quelle che insistono sulla nostra identità reale. Questo per dire che, probabilmente, a breve, il potenziale del metaverso sarà dedicato a ripensarci in un altrove, piuttosto che stare al servizio delle nostre relazioni (professionali o personali) ‘terrestri’.

In realtà, l’ampia libertà in cui, oggi, può muoversi la dimensione dell’avatar, credo sia data proprio dalla frizione tra queste due possibilità del mondo digitale. Dato che il metaverso è ancora fortemente legato a un network che funziona secondo dinamiche analogiche, l’avatar ricopre un ruolo contrastante: spazio di ridisegno del sé in un orizzonte dalla grande capacità costruttiva. Tuttavia, man mano che attorno all’avatar si andranno a costituire una serie di combinazioni a incastro di dati – che avranno magari una dinamica diversa dall’odierna, ma resteranno connessi in qualche modo alla nostra identità fisica –, allora vedremo che anche i margini di riprogettazione del sé incontreranno vincoli. L’esempio più banale è quello degli acquisti. Finché il mio avatar va in giro per il metaverso senza consumare nulla tutto procede, ma quando mi trovo nella condizione di dover consumare dei prodotti – anche digitali – allora mi accorgo che le possibilità dell’avatar, intese in assoluto, sono da ridimensionare a quelle che corrispondono alla mia identità fisica, al mio conto bancario, sia esso tradizionale o in criptovalute digitali. Dunque, la grande flessibilità dell’avatar, in questo momento, è data dal fatto che il metaverso è ancora ampiamente in costruzione. Ma più sarà avanzato il suo stato di compimento, più limitate saranno le nostre capacità di disegno dell’avatar. Per dirla in modo un po’ forte: la memoria (come presenza di informazioni registrate) vincola, costringendo la malleabilità della propria identità. Ma tutto questo è, in fondo, simile all’esperienza che facciamo nella vita reale con l’età. Mentre a quindici anni si può rappresentare sé stessi e il proprio futuro in espressioni variegate e legate ai propri desideri, crescendo le opzioni si riducono e il nostro percorso diventa vincolante. Ecco, io ho l’impressione che l’avatar, nella sua evoluzione tecnologica, rispecchi un po’ la dinamica della vita. È nato da poco e ha ancora molte possibilità. Via via che la tecnologia si farà più capillare, anche i legami saranno più stretti, e sarà più difficile essere chiunque altro che sé stessi.

A me pare che il concetto di avatar, nella dimensione digitale, vada, da un certo punto di vista, a raccogliere l’eredità rivoluzionaria di chi voleva cambiare il mondo e per farlo doveva cambiare l’uomo. È stato un tema ricorrente nelle ideologie emerse tra fine Ottocento e inizio Novecento. Per rovesciare il mondo e lasciarsi alle spalle il feudalesimo (ancora presente nella Russia rurale) e il capitalismo di stampo industriale, il socialismo sovietico disegna un altro modello di uomo e donna. Un uomo che caricava su di sé la responsabilità collettiva, una figura che, quasi, dissolveva la sua identità individuale in quella comunitaria. L’uomo del socialismo, esaltato e monumentalizzato dalla propaganda sovietica, in fondo, era un avatar. E la sua identità era uno spazio ibrido tra realtà e desiderio. La stessa cosa, con tinte decisamente più cupe, è accaduta durante il nazismo. Con esso la volontà di modificare il mondo passa per l’idea di dover cambiare prima di tutto l’uomo – con una vera e propria idea di ridisegno fisionomico e identitario. Anche l’avatar contemporaneo emerge da un territorio vergine come l’Europa post-feudale o la Russia post-zarista. Il metaverso è ancora un campo poco strutturato dal punto di vista della società che lo abita. In tutti i casi menzionati, mi sembra di intravedere una necessità ideale di voler cambiare un mondo che, in qualche modo, ci va stretto, e di iniziare a farlo cambiando l’uomo, colui che a quel mondo dà forma attraverso le sue manifestazioni sociali. E ho l’impressione che tale tensione sia ravvisabile anche al di fuori dell’universo digitale. Pensiamo all’ampio ventaglio delle forme di identificazione sessuale con cui stiamo facendo i conti negli ultimi anni. Tutto ciò testimonia ‘preoccupazione’ sull’essere, che non può prescindere dal desiderio di essere.

È interessante questa prospettiva, io non l’avevo valutata. Mi riporta all’idea di cambiamento come uno dei tre concetti fondamentali di potere. Il potere, infatti, si esercita creando, cambiando e controllando. Un dio, ad esempio, può creare una lucertola, può cambiare una lucertola in una colomba, e poi può decidere di far volare la colomba in una direzione piuttosto che in un’altra. La lettura che lei dà del nostro rapporto col metaverso va in tale direzione. L’avatar è qualcosa che viene creato, che trasforma qualcosa in qualcos’altro e che, come dicevamo all’inizio, lo colloca in un contesto sociale che si sceglie. Questo sovrappone il concetto di avatar all’idea stessa di potere, facendoli coincidere. Io, la vedo da un’angolazione diversa. Per me l’avatar è più vicino al tema della libertà. In fondo esso, attualmente, esiste per liberarci dai nostri vincoli. Ciò lo rende una entità abbastanza aperta e variabile.

È vero anche questo.

Ecco. Allora, la natura profonda dell’avatar mi pare conduca a svincolarci dalle circostanze in cui siamo stati gettati dalla vita. E questo restituisce una visione un po’ diversa rispetto all’idea di cambiare il mondo cambiando sé stessi. È più una volontà di cambiamento determinata dal rifiuto dei limiti che mi vengono imposti dall’attuale ordine delle cose, ad esempio come appaio, quali sono i miei gusti, le mie preferenze sessuali, il mio orientamento politico, e così via.

Sono prospettive viste da posizioni diverse: una è tipica dell’individuo, l’altra rappresenta la maniera in cui la società si comporta quando si muove assieme, attraverso strutture rappresentative formali (partiti politici, Stati) o informali (società capitalistiche, lobby). Però, stando alla visione che propone lei, mi sembra che l’anelito di libertà di cui parla rappresenti qualcosa in più che una semplice volontà di fuga. In esso si profila un affrancamento dalla condizione di creatura, un’assunzione su di sé del potere creatore. I due esempi che le portavo prima, quello del nazismo e del comunismo sovietico, riguardano momenti in cui ci siamo affrancati dall’idea di Dio. Nel nazismo, a un certo punto, gli uomini hanno preso a suonare il pianoforte del creatore. Allo stesso modo, i sovietici si sono liberati di Dio dichiarando che l’uomo potesse bastare a sé stesso. Per farlo, questi ultimi hanno utilizzato strumenti più tradizionali, come la filosofia o la propaganda, gli altri strade più orrorifiche e decisamente più radicali. Eppure, nessuno di siffatti percorsi aveva la vera potenza che, invece, possiede la dimensione digitale, la quale ha prodotto un vero e proprio spillover, un salto di specie. E, dunque, è come dire di poter fare la stessa cosa con strumenti enormemente evoluti.

C’è una differenza, però, importante. Gli esempi che ha riportato riguardano modalità di costruzione dell’individuo di tipo utopista. L’utopia finisce per essere una costrizione, perché una volta raggiunta non è data la possibilità di cambiamento. Non è previsto miglioramento perché si è toccato l’apice. Qualunque cambiamento significativo sarebbe una caduta, dal momento perfetto all’imperfezione. In questo senso, la perfezione diventa sempre intollerante rispetto a ciò che essa non è. Ecco, secondo me il concetto di avatar tende un po’ a sfaldare l’idea legata al raggiungimento di qualcosa di compiuto, di finale, di utopistico. Mi sembra piuttosto che l’avatar insegua una identità dialettica.

Credo che la differenza tra gli esempi storici da me citati e la sua idea di avatar, sia sintetizzata nella dicotomia che oppone utopia e desiderio. La dimensione abitata dagli avatar cui ci stiamo riferendo, il metaverso, è, di fatto, una dimensione il cui disegno si basa sul desiderio. D’altra parte, è proprio la possibilità partecipativa, caratteristica dell’ingegneria del metaverso, che lo fa tendere più verso la logica libertaria di cui parla lei, rispetto alle dinamiche politiche che ho descritto io. E il desiderio, effettivamente, è mutevole. Lo sappiamo. Cambia col tempo, con l’età… il desiderio cambia con l’esperienza. Ma quel che mi appare cruciale, è che sia esso a costituire la malta che lega i mattoni costitutivi del digitale.

Più precisamente, stiamo parlando di desiderio del plausibile. Che, poi, è ciò che in filosofia chiamiamo ‘speranza’. Quando discutiamo di avatar, metaverso, realtà digitale, ci riferiamo, essenzialmente, a tecnologie della speranza. Ora consideriamo che, tradizionalmente, la gestione della speranza è appannaggio della teologia. E, se andiamo a vedere il linguaggio con cui queste realtà digitali sono presentate, il vocabolario che desumiamo dalle loro restituzioni pubblicitarie, sembra, appunto, riferirsi, quasi, a una dimensione religiosa, e questi luoghi creati hanno aspetti, quasi, paradisiaci.

Penso sia molto interessante approfondire questo ambito. Specialmente se teniamo conto dei colpi che la realtà politico-internazionale di oggi ha inferto alla nostra consapevolezza di specie evoluta. Con una guerra in Europa, è un po’ come svegliarsi da un sogno e ritrovare le nostre aspirazioni nel fango in cui le avevamo lasciate ottant’anni fa. Eppure, al contempo, l’umanità tenta di costruire un mondo che poggia su altre colonne, non più le antiche colonne marmoree che reggono le nostre istituzioni, ma colonne celesti, sulle nuvole o, meglio, sul cloud. E tutto ciò deve reggere un mondo che si basa sulla speranza, che ha bisogno di speranza. Sinceramente ritengo che i mondi costruiti sulla speranza siano pericolosi. Però anche molto affascinanti.

A dire il vero, per esistere, questi mondi necessitano di una compensazione di forze. La speranza e l’interesse sono i due motori dell’essere umano, sia nelle azioni individuali che nelle grandi trasformazioni storiche. Ed esse, per poter svolgere un ruolo costruttivo, devono essere in equilibrio. Una società di stampo hobbesiano – in cui ogni individuo ha i suoi interessi, li persegue tanto quanto può, fermandosi soltanto quando c’è qualcosa che può nuocere a lui stesso – è anch’essa pericolosa, e riflette uno stato naturale di brutale violenza. Ma tale modello sociale somiglia abbastanza alle modalità in cui il capitalismo è andato evolvendo. Così, l’introduzione di un elemento quale la speranza nel cuore della dimensione digitale, può creare un bilanciamento positivo. Piuttosto la mia preoccupazione è che oggi l’interesse tende a invadere i campi della speranza. Lo vediamo nelle campagne pubblicitarie dei beni di consumo, che mirano a vendere il desiderio più che rappresentare l’interesse. Se questa dinamica si replica anche nel digitale, se anche lo spazio del metaverso da luogo della speranza diventa ‘mercato della speranza’, sarà difficile uscire dalle logiche del consumismo capitalista che sta divorando l’umanità e il mondo.

Quando abbiamo iniziato questa conversazione sulle potenzialità dell’avatar, lei ha subito citato alcuni possibili vincoli e, come primo esempio, ha esposto la necessità di legare la propria identità digitale a un conto in banca. Ed è sintomatico che il primo vincolo che le è venuto in mente sia il denaro, certamente un driver fortemente responsabile del disordine esistenziale del mondo capitalista. Ma c’è un elemento sul quale può essere interessante riflettere. Il denaro, infatti, è una tecnologia molto antica. La prima testimonianza di scrittura dell’uomo è una tavoletta assira di 5000 anni fa, in cui si descrive uno scambio tra mucche e denaro. E, in generale, possiamo affermare che difficilmente oggi usiamo tecnologie altrettanto antiche. Forse, questo dimostra le ragioni che stanno dietro i limiti che la nostra civiltà sta incontrando. Probabilmente nel nostro sistema c’è una componente troppo arretrata, un ingranaggio troppo consumato per poter muovere gli altri nel modo corretto. E tale evidenza è ancora più lampante nell’era digitale. Ne abbiamo un esempio piuttosto evidente nel mondo dell’arte contemporanea, guardando alla grande mistificazione che ha visto al centro gli NFT. Si è creata una specie di febbre per questi certificati. Addirittura Damien Hirst ha distrutto recentemente le opere reali dopo averne creato gli NFT, come se una cosa potesse rimpiazzare l’altra. Faccio presente che un NFT è semplicemente un certificato di autenticità. Se chiedessi a una persona cosa vorrebbe comprare tra un dipinto di Van Gogh e il suo certificato di autenticità, sentire la risposta sarebbe interessante. Ci aiuterebbe a capire come stiamo diventando rispetto alla presenza compromettente di un driver obsoleto quale il denaro nel nostro sistema. Siamo divenute persone che, tra un bacio e un fogliettino con scritto sopra ‘questo ha il valore di un bacio’, rischiano di preferire il fogliettino, perché quello, almeno, è una garanzia. Ma, appunto, in una società così radicalmente capitalista, ci rendiamo conto che anche le dimensioni alternative, le vie di fuga dal mondo che non ci piace, vengono rapidamente infettate dalle stesse dinamiche da cui fuggiamo, e il denaro è entrato nel metaverso fin dai suoi primi passi, sfondando tutte le backdoors. Il problema è che, forse, il metaverso poteva davvero costruire un altrove in cui non fosse più necessario ciò a cui quella antica tecnologia era servita.

Qui apriamo la strada a un discorso importantissimo. Il dialogo che stiamo sviluppando a partire dal concetto di avatar, si riallaccia all’idea classica di sovranità che, prima di riferirsi all’idea di Stato, ha radici nell’individuo, come già argomentava Locke. Ma procediamo dal contesto più semplice da affrontare, attinente alla sovranità nazionale, definita da limiti di confine e dal controllo interno sulla popolazione, sulle risorse, sulle leggi e la forza, e sul denaro – attraverso cui i beni possono essere scambiati e commercializzati. Questo ordine, oggi, sembra capovolto, come se non fosse più la sovranità a controllare il denaro, ma viceversa fosse quest’ultimo a controllare il potere. Ciò rende il denaro la forza principale e ultima sul pianeta. Ma cosa comporta nei fatti? E quale può essere una soluzione? In primo luogo, l’attribuzione di un valore economico a tutto, determina anche una commercializzazione di tutto. E qui arriviamo alla confusione del bacio con il bigliettino, o dell’opera di Van Gogh e il suo certificato NFT. La soluzione è la gratuità. Dovremmo costruire uno spazio in cui ogni cosa sia gratuita per l’utente. Non significa che non ci siano costi, ma che il loro valore non sia commercializzato con il denaro. Ovviamente tutto ha un prezzo. Ogni risorsa ha dei costi di produzione. Ma si potrebbe fare in modo che essa abbia un utilizzo gratuito, come per il Servizio Sanitario Nazionale. Ecco, credo che questa idea andrebbe un po’ recuperata, riportata al centro delle modalità organizzative della società. Il digitale, in fondo, era partito così. Quando ero giovane, e tutta questa storia era appena iniziata, il digitale era gratuito. O meglio, costava un sacco di soldi, ma ce li mettevano il mondo accademico e il mondo militare. Nel 1990, feci un progetto con l’UNESCO e, all’epoca, per i pochi che ne avevano accesso, Internet era gratis. L’errore, forse inevitabile, c’è stato quando, dopo Tim Berners-Lee e il World Wide Web, altro gesto gratuito, è iniziata la commercializzazione dello spazio di Internet. In verità, questo costo avremmo dovuto avere il coraggio politico di sostenerlo in quanto società. Ora, la tendenza mi pare sia già determinata. Il metaverso è, nei fatti, in mano ai privati, e sarà commercializzato al 100%. Non so se sia reversibile. Però se c’è una cosa che l’arte dovrebbe fare, e fa da sempre, è rompere gli schemi. E l’artista è forse la figura che più di altre dovrebbe dedicarsi alla rottura di questo modello. L’artista che realizza l’NFT non ha capito niente dal punto di vista della coerenza logica, cioè sta facendo esattamente quello che non dovrebbe fare: iper-commercializzare il gratuito.

Da una certa angolatura, possiamo dire di aver percorso le nostre strade, assumendoci rischi, per diventare ciò che siamo, artisti o filosofi. Se oggi finissimo a contraddire ciò che siamo, piegandoci alle forze del mercato e trasformandoci in suoi emissari, contraddiremmo anche gli sforzi e il costo che il nostro percorso ha comportato. Se penso alle mie opere, che, a loro volta, sono dei macchinari estremamente complessi e costosi – ma quando li produco io sono sempre gratuiti per il pubblico –, mi accorgo che il costo reale di quei lavori va ben oltre il valore economico, e corrisponde all’averci investito una vita intera. Per cui, se poi essi vengono trattati con una logica commerciale, è un po’ come vendersi il desiderio che aveva mosso tutto. Comunque, sarà che anche io non sono più così giovane, ma ricordo bene quando è nato Internet. Io ero adolescente e Internet era quasi tutto gratis e, anzi, la commercializzazione era percepita come immorale, al punto che se un servizio diveniva a pagamento, la comunità digitale smetteva di utilizzarlo e migrava verso altro. Tutto questo aveva generato un cambio di paradigma filosofico. A ripensarci ora, vedendo che quella rivoluzione è stata riassorbita nell’ordine costituito del mercato, ci si rammarica, pensando alle grandi possibilità intraviste in quella nuova strada. E, forse, noi che abbiamo più di quarant’anni, siamo gli unici ad avere piena consapevolezza di cosa abbiamo perduto e di cosa potesse essere il mondo nuovo del digitale prima che il Moloch del denaro ne reclamasse il dominio.

Abbiamo perso la partita. Mi dispiace perché, tra l’altro, non ne abbiamo nemmeno tratto un insegnamento e, così, finiremo per perdere anche la successiva. Abbiamo perduto la partita di Internet, ora stiamo perdendo quella del metaverso e dell’intelligenza artificiale. Ogni volta pensiamo che a mettere ordine sarà il mercato. Ma il mercato sa fare solo una cosa: creare ricchezza. Non sa esercitare un autocontrollo sulla distribuzione equa, e sui danni che possono derivare dalle sue operazioni. Ma, soprattutto, è letteralmente assurdo procedere riducendo la nostra dinamica storica all’unica leva del mercato. Vuol dire abbandonare sia l’arte sia la politica, che sono due delle espressioni più alte del pensiero umano. È come se avessimo deliberatamente ridotto il nostro spazio di manovra tridimensionale a una prospettiva monodimensionale. Come se avessimo solo il martello nella cassetta degli attrezzi. Se provi a martellare una vite dentro il legno, otterrai un risultato abbastanza approssimativo, se poi il tuo obbiettivo è svitarla, il martello non lo puoi proprio usare. L’idea di un solo strumento per risolvere tutto è risibile.

È questo il punto. Abbiamo perso il controllo della triade che tiene in equilibrio i valori: il valore dell’estetica, il valore dell’etica, il valore del mercato. Il loro bilanciamento impedisce che uno di essi diventi idolatrico. E se non ricostruiamo un equilibrio, sarà come restare su un piano inclinato che gradualmente procede verso il collasso.

Forse no, forse non è previsto il collasso, ma far saltare questo schema mutuale schiacciando tutto su un solo parametro può, nella migliore delle ipotesi, impoverire immensamente le vite umane. Sicuramente si può continuare a vivere anche così. Ma perché farlo? Perché non avere una vita migliore? Una società in cui tre valori fondamentali si controbilanciano in maniera armonica è, invece, di gran lunga migliore, in cui vorrebbero vivere tutti. Perché non abbiamo fatto in modo che la comunità in cui viviamo rispecchiasse questa prospettiva? Diciamo che abbiamo preso una cantonata. Si può raddrizzare, sì, ma non continuando a indulgere nella dinamica del mercato, non realizzando NFT come se fossero la soluzione alla creatività artistica. Altrimenti perderemmo di nuovo una grande opportunità.

Filosoficamente devo dire che negli ultimi anni mi ha molto colpito il modo in cui Maurizio Ferraris ha cercato di tirare le somme sulla necessità di ritorno a valori che avessero una dorsale di assoluto. Il suo rilevare l’emersione di un nuovo realismo, che rifiuta l’eredità molle del postmodernismo e il suo relativismo, credo sia un segnale importante. In fondo, penso sia proprio il postmodernismo, con la sua facilità di screditare i valori, ad aver prodotto il clima ideale per lo scoraggiamento, quel disimpegno morale che ha, poi, condotto a scivolare verso l’appiattimento sull’intelligenza del mercato e all’infiacchimento di etica ed estetica.

C’è molto più di questo da trovare nell’orizzonte filosofico contemporaneo. Anche rispetto a categorie fondamentali con le quali pensiamo di aver fatto i conti – potere, speranza, interesse, identità – ci accorgiamo che c’è ancora moltissimo da esplorare. È una grande opportunità che il digitale ci ha messo di fronte. Questo confronto tra noi lo dimostra. Se quando avevo venti o trent’anni mi avessero detto che avremmo dovuto ridefinire categorie fondamentali sull’identità, mi sarei messo a ridere, avrei detto che, dopo duemila anni di riflessione, erano sufficientemente consolidate. Oggi, invece, si è riaperta tale possibilità, è come se ci stessimo guardando dentro con occhi nuovi. Ed è entusiasmante.

Però credo che, in questa fase storica, proprio per controbilanciare il potere del mercato, coloro che si occupano di estetica e di etica, gli artisti e i filosofi, debbano tornare ad allearsi. È capitato, nelle ultime generazioni, che sia gli uni che gli altri si siano progressivamente auto-esclusi dal dibattito politico. Ecco, io penso che la società non possa fare a meno di queste voci, anche al di fuori dei recinti in cui sono stati contenuti, il mondo accademico e museale. E ritengo che il potere del Moloch economico possa essere ridimensionato solo se tali poteri si coalizzano, nella consapevolezza che la società deve costantemente sottoporsi a un processo di risignificazione delle proprie categorie, in una prospettiva non conservatrice ma evolutiva. Questo sì che sarebbe entusiasmante. Ed è tale entusiasmo che dovrebbe guidarci.

Soprattutto dobbiamo pensare che è una partita aperta.