Paesaggi reali

Appunti su un’identità sociale della scena artistica contemporanea
Eugenio Tibaldi, New Informal Museum’s Room, 2016, installazione site specific, Complesso museale di San Giovanni, Catanzaro, courtesy e foto l’artista

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Lorenzo Madaro

«Si pensa sempre all’architettura come a un qualcosa di eterno, ma l’eternità dovrebbe guadagnarsela sul campo, con il tempo», mi racconta durante una telefonata Eugenio Tibaldi. Nato ad Alba nel 1977, a ventitré anni si trasferisce nella periferia di Napoli per investigare i ritmi e le trasformazioni sociali, urbanistiche e antropologiche in atto. Gli interessa la marginalità, quindi l’estetica della marginalità. Come precisa a più riprese, lo riguarda ciò che si percepisce e non ciò che è reale. Nella percezione c’è, difatti, qualcosa di vissuto rispetto alla realtà. E compito degli artisti – precisa – «è di essere politicamente scorretti, perché la ricerca non deve offrire soluzioni. L’artista, infatti, non deve essere mai filologicamente coerente, d’altronde non è uno studioso». Queste sue riflessioni – soprattutto nel dicotomico rapporto tra ciò che è reale e ciò che è percezione del reale – aprono il campo a un discorso più generale che riguarda la relazione tra alcuni artisti italiani contemporanei (questa non è una mappatura ma una ipotetica prima panoramica che va sviscerata a puntate) e una visione cruda, senza maschere, del Paese.

Dalle perlustrazioni penetranti di Tibaldi, alle esperienze nate per sviluppare una riflessione empatica ed emotiva con i luoghi e le storie di Bianco-Valente, al lavoro sviluppato sul fronte della fotografia da Francesco Jodice, alle esperienze di altri artisti: c’è una linea dell’arte italiana che rinuncia al rigore estremo della forma minimale – caratterizzata da un’attitudine verso un volontario disimpegno, almeno apparente, in termini politici e sociali – per concentrarsi su ciò che è attorno a noi, su ciò che viviamo, da evidenziare con crudezza, spesso attraverso le immagini. Nulla di neorealistico o vernacolare, piuttosto concreto, perciò corporeo. Fondamentale, per questo tipo di approccio, è stato il progetto Incompiuto siciliano di Alterazioni Video, collettivo fondato a Milano nel 2004 da Paololuca Barbieri Marchi, Alberto Caffarelli, Matteo Erenbourg, Andrea Masu e Giacomo Porfiri, che porta avanti da oltre un decennio una vera e propria mappatura delle opere pubbliche incompiute, reliquie dell’indifferenza collettiva, tra teatri, chiese, edilizia residenziale, ospedali, piscine, viadotti e altri edifici di volta in volta documentati e archiviati, inventariando prospetti, progetti, fotografie e specifici dati, tra cui l’anno di avvio dei lavori e la collocazione geografica: «L’arte non è un corpo astratto, slegato e autonomo dalla società; è uno dei nodi della rete che costituisce il reale ed è dal mondo che prendiamo spunto per le nostre azioni e provare, come diceva Boetti, a ‘Mettere al mondo il mondo’. Con Incompiuto siciliano, per esempio, abbiamo pensato di elaborare un sistema di segno contrario che potesse sovrapporsi all’esistente per iniziare a produrre un senso nuovo e diverso, una risposta alla rabbia, al senso di sconfitta e all’impotenza provati girando per i luoghi delle opere incompiute. Ci è sembrato necessario creare un capovolgimento di senso e cercare risposte alla frustrazione e all’impossibilità di aggiungere nuove parole al già detto e nuove azioni al già fatto. L’arte può contribuire a elaborare nuove strategie per innescare dei processi di trasformazione, anche se oggi la gente non la sensibilizzi neanche a schiaffoni».

C’è, quindi, la piena consapevolezza che nasce da un principio essenziale, persistente e valido: l’opera è sempre la formalizzazione di un pensiero condiviso e di differenti punti di osservazione. E questo è l’altro fattore da intendere come possibile comun denominatore degli artisti coinvolti in questa possibile panoramica, che vuole evidenziare soprattutto un’attitudine, qui esplicitata dall’approfondimento più o meno completo di un singolo progetto per ogni artista. Edilizia abusiva, storie di immigrazione – ad esempio quelle approfondite da Elena Bellantoni in diversi progetti recenti, come Maremoto del 2016, da Giuseppe Stampone nelle straordinarie opere realizzate con la penna Bic, che reinterpretano capolavori della storia dell’arte rimaneggiati con inserti legati alla storia contemporanea, da Lampedusa in avanti, o dal pittore siciliano Andrea Di Marco, che usava la delicatezza della pittura per essere spietato –, ed ancora inquietudini private.

Quelli che leggerete in queste pagine sono pertanto, anzitutto, exempla, precisati ulteriormente da citazioni di statement o di altri materiali testuali, provenienti dai siti Internet o da interviste agli stessi artisti. 

Tra i lavori più densi di Tibaldi – a cui è dedicata una parte più cospicua di questo mio contributo proprio perché è tra i nomi italiani che si sta concentrando con maggiore impegno ed enfasi sul racconto del Paese nella sua essenza – c’è sicuramente New Informal Museum’s Room del 2016 al Museo Marca di Catanzaro, a cura di Simona Caramia, per l’Accademia di Belle Arti della città: «Quando sono stato invitato mi è stato detto che sarebbe stato possibile utilizzare il cortile esterno o eventualmente uno spazio all’interno della permanente, in quanto le aree interne del museo erano già tutte impegnate. Allora ho pensato che l’opera più interessante sarebbe stata compiere un allargamento abusivo del museo all’interno della corte. L’allargamento abusivo popolare, diffusissimo nel sud Italia, corrisponde alle classiche verande chiuse abusivamente che presentano sul lato esterno la precarietà dei materiali e la brevità del tempo utilizzato per costruirle, e all’interno la rifinitura con i normali parametri delle altre stanze della casa. Presenti soprattutto nelle aree costiere, sono entrate ormai a far parte dei nostri canoni estetici. Il secondo elemento chiave della ricerca è di tipo installativo: questo lavoro servirà a contenere un lavoro di documentazione che verrà realizzato sul territorio ed esposto internamente al volume ricavato abusivamente. Il lavoro che ho realizzato all’interno è nato grazie a una straniante sensazione che ho avuto durante una visita sul territorio di Catanzaro e più esattamente sulla litoranea a nord di Catanzaro […]. Attraverso una divisione territoriale ho invitato i ragazzi che hanno partecipato al seminario a raccogliere alcune immagini e a spedirmele; di queste immagini ho fatto una selezione di quelle più significative con cui ho composto alcune opere».

Il risultato «è stato spietato», perché ha svelato paradossi e follie di comunità non rispettose del proprio paesaggio urbano e quindi della propria identità e delle eredità morali ed estetiche da lasciare alle generazioni successive. Non a caso, parlare di tutela del paesaggio significa ammettere un fallimento e un ritardo.

A un dilatato concetto di marginalità e a una riflessione sul paesaggio urbano e sulle trasformazioni traumatiche delle città si lega uno dei lavori più intensi di Francesco Jodice. Margine, del 2017, si apre con le parole dello scrittore Carlo Cassola: «Amo la periferia più della città. Amo tutte le cose che stanno ai margini». In circa 4 minuti, si ripercorre un mix di spezzoni di film, voci, immagini in cui il cinema del passato e del presente ha riflettuto su questo discorso: «L’opera è realizzata con spezzoni di circa una sessantina di film ambientati nelle periferie delle metropoli italiane tra gli anni Cinquanta e i giorni nostri. Il film è costruito con l’utilizzo di uno split-screen che mette a confronto e in dialogo luoghi in trasformazione e personaggi del cinema italiano, producendo una conversazione immaginaria e infinita tra luoghi e personalità di epoche e geografie distanti. Il risultato è un caleidoscopio di voci e paesaggi sociali, che rimettono in scena la genesi e l’evoluzione delle periferie del nostro Paese raccontandone sogni, virtù, fallimenti e precarietà».

Bianco-Valente (Giovanna Bianco e Pino Valente) lavora esplorando il rapporto tra le forme di vita, i contesti e i confini delle intimità emotive delle comunità, in relazione ai singoli luoghi e alla loro storia. Spesso i progetti del duo si sviluppano a stretto contatto con i primi fruitori del loro lavoro, ovvero i cittadini, sia in contesti esterni al mondo della cultura e dell’arte che nei musei e in altri luoghi deputati. Il metodo di Bianco-Valente presuppone lunghe sessioni di interlocuzioni verbali, in grado di generare storie, presenze, testimonianze tangibili di un lungo viaggio, che è quello dell’incontro, di un’arte in grado di dare origine, anzitutto, a una relazione. È il caso di Cosa manca del 2014 a Roccagloriosa, uno degli esempi tangibili del loro metodo di lavoro, ma soprattutto di un risultato legato alla ricerca di un’emotività latente, nascosta, di un’Italia ‘minore’ che vuole esprimersi, e che grazie all’impegno dei due artisti ci è riuscita. Solitudine, amarezza, visioni, intimità: sono i punti cardinali di una confessione pubblica, che gradualmente si è sviluppata sui balconi del paese: «In una prima fase abbiamo formulato la stessa domanda a diversi abitanti di Roccagloriosa incontrati per strada o nelle loro case: Cosa manca? Una domanda apparentemente banale, in grado però di lasciare interdette le persone che in più occasioni, prima di rispondere, ci hanno chiesto se ci riferissimo al singolo oppure alla comunità. Per alcuni giorni abbiamo dipinto le risposte su queste lenzuola e tovaglie, chiedendo poi agli abitanti di esporle il giorno dell’inaugurazione, facendo in modo che ognuno mostrasse al proprio balcone la risposta espressa da un’altra persona, così da intrecciare in maniera non controllabile i punti di vista sui desideri e le necessità della comunità. La risposta è stata entusiastica e ha cambiato per un giorno le strade del borgo e il modo di interagire dei suoi abitanti, offrendo molti spunti di riflessione e discussione».

Per chiudere questa prima panoramica, non si può tralasciare un altro artista in grado di scavare tra le pieghe di un’Italia lontana dall’immaginario ovvio, Nico Angiuli. In Tre titoli del 2015 ha compiuto un viaggio in terra foggiana alla ricerca della convivenza tra la vita dei contadini locali e la comunità di donne e uomini ghanesi che occupano alcuni poderi abbandonati: «Con Tre Titoli‒ film girato a Cerignola, luogo natio di Giuseppe Di Vittorio ‒ abbiamo cercato di ritessere due comunità apparentemente lontane: i braccianti del Novecento ‒ che lottarono con Di Vittorio contro il latifondismo ‒ e i nuovi braccianti locali, provenienti dal Ghana; questi ultimi stanno rivivendo le stesse condizioni di sfruttamento a cui erano sottoposti i lavoratori locali cento anni fa. Il film apparenta queste due comunità, guardando al caporalato non secondo logiche da cronaca giornalistica stile ‘mordi, racconta e fuggi’, quanto provando a costruire un terzo corpo sociale e politico, dato dalla commistione di questi mondi speculari ma su piani temporali falsati. Credo che la ricerca artistica, quando ne ha la forza, possa ricucire il senso profondo di valori collettivi come il lavoro, l’identità nazionale (vedi ‘Prima gli italiani’), il paesaggio, ecc. Questo ruolo sartoriale spetterebbe anche alla politica, ma mi pare parli ormai come le storie di Instagram, oggi per domani. Le pratiche artistiche rappresentano una forma di lettura e approfondimento sul mondo, a volte con proposte operative socially engaged, a volte più teoriche o simboliche ma comunque legate a un’emancipazione da schemi, preconcetti, pregiudizi. Esistono tanti pubblici dell’arte: chi compra, chi la studia, chi la cerca per farsi un selfie, chi va alle mostre per fare rete e così via. Penso che il pubblico più coinvolto sia quello con cui direttamente gli artisti sviluppano i loro progetti, ma forse esagero, però davvero chi frequenta i musei dovrebbe ritrovarsi a fare arte e non solo a fruirne. L’arte contemporanea in particolare potrebbe avere un peso maggiore nella società, entrare in un dialogo più complesso con le diverse forme di partecipazione alla cosa pubblica».