La pop filosofia italiana

Una strada del pensiero tra le dimensioni del contemporaneo
Elena Franchini, Oltre i rumori, olio su tavola, 50×75 cm, 2020, dettaglio, courtesy e foto l’artista.

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Tommaso Ariemma

Batman e l’Uomo Ragno come statue rinascimentali. Una statua di Wolverine degli X-Men che cita un quadro di Lucio Fontana in Until the End (2003). Opere di Adrian Tranquilli che mostrano bene ciò che è accaduto nella cultura italiana degli ultimi cinquant’anni, una progressiva erosione del confine tra presunta cultura ‘alta’ e cultura di massa considerata inferiore. Opere che possono ben rappresentare il lavoro svolto da una corrente filosofica che ha suscitato molte polemiche nel dibattito pubblico degli ultimi dieci anni, e ha posto come suo obiettivo il superamento della gerarchia tra alto e basso nella cultura mediale: la pop filosofia. 

L’attenzione per i fenomeni della cultura di massa non è certo una novità in Italia, soprattutto se consideriamo un antenato della pop filosofia: Apocalittici e integrati (1964) di Umberto Eco. Si tratta di un testo nel quale nemmeno il giovane Eco credeva eccessivamente, ma che suscitò un vivace dibattito, proprio perché una fascia della cultura italiana si mostrò decisamente irritata da quello che veniva fatto nel testo, ovvero l’utilizzo degli strumenti della cultura ‘alta’ per comprendere la cultura di massa. Sono divenute, così, celebri le analisi di Superman, Charlie Brown, e non solo. Eco non pensava di generare una polemica, perché riteneva ormai normale considerare degni di attenzione determinati fenomeni pop. Le dispute a partire dalla pubblicazione del testo si rivelarono la spia della difficoltà con la quale analisi del genere potevano essere accettate.

Un vero punto di svolta negli esperimenti anticipatori della pop filosofia italiana è rappresentato da Dove sei? Ontologia del telefonino (2005) di Maurizio Ferraris. Nel volume non si cerca, come nel caso di Eco, di analizzare e comprendere i fenomeni della cultura di massa con gli strumenti della cultura ‘alta’; l’analisi del telefono mobile è il punto di partenza, lo strumento per allargare orizzonti filosofici. Nel caso in questione, il telefonino era capace di rivelare un’intera ontologia degli oggetti sociali (come quella del telefonino, appunto) fondata sulla centralità della scrittura e della conseguente documentazione. 

Il telefonino, oggetto pop particolarmente caro agli italiani, diventava così un pretesto, ma anche un alleato, per polemizzare contro quella che secondo l’autore era una deriva postmoderna, che aveva infettato la cultura italiana: non esiste la realtà, esistono solo interpretazioni. Questo mantra postmoderno, così semplificato da Ferraris, veniva preso di mira per polemizzare apertamente contro i principi del ‘pensiero debole’, coniato dal suo maestro Gianni Vattimo. Il nuovo realismo di Ferraris si faceva portavoce di un ritorno alla realtà oggettiva, costituita da montagne e laghi, ma anche da documenti vincolanti e fondamentali per la nostra esistenza. Il metodo dell’ontologia del telefonino, per quanto decisamente vintage rispetto agli sviluppi e agli orientamenti della filosofia contemporanea, risulta più interessante del suo contenuto teorico: i fenomeni pop non sono solo stimolanti da analizzare, ma ancora di più sono un alleato fondamentale del discorso filosofico. Sono, a tutti gli effetti, ciò di cui si parla, l’inautentico in cui siamo inevitabilmente immersi, e che il discorso filosofico ha messo, spesso, da parte, relegandoli a fenomeni superficiali. Fenomeni pop come il telefonino incorporano, invece, intere filosofie e sistemi di pensiero.

Qualche anno dopo la pubblicazione dell’opera, cominciano a vedere la luce testi che non ne condividevano il contenuto filosofico, ma potenziavano decisamente l’intuizione alla base del suo metodo. Se nel testo di Ferraris il telefonino aveva comunque solo una parte di avvio e di stanco richiamo in altri pochi punti del testo, lasciando spazio a una versione divulgativa delle ultime ricerche del filosofo italiano, in opere di altri autori, come La filosofia del Dr. House (2007) del collettivo Blitris e La filosofia di Lost (2009) di Simone Regazzoni, le serie televisive in questione coprivano l’intero campo di gioco dell’analisi filosofica. Non meno importante era l’assenza di una finalità divulgativa. Si faceva filosofia con il fenomeno pop usando un linguaggio chiaro e accessibile, calibrato sulla stessa lunghezza d’onda dell’argomento pop chiamato in causa. La divulgazione era piuttosto un effetto collaterale. 

I testi di Regazzoni (che faceva parte del collettivo Blitris) danno avvio al dibattito sulla pop filosofia italiana, perché diversi studiosi cominciano a confondere questo tipo di pop filosofia con quella specifica ricerca che negli Stati Uniti era diventata di moda e vedeva accademici pubblicare testi con chiara finalità divulgativa, utilizzando come pretesto o metafora i fenomeni pop. Così Homer, celebre protagonista de I Simpson, poteva essere la metafora accessibile di qualche concetto filosofico, come il superuomo di Nietzsche nel testo collettivo I Simpson e la filosofia (2001), l’opera più nota della pop philosophy

La pop filosofia italiana difende la sua doppia vocazione, sperimentale e popolare insieme, come ben emerge in Pop filosofia (2010), a cura di Regazzoni. L’insieme dei saggi è un vero e proprio manifesto di un esercizio profondamente diverso da quello statunitense, non vuole essere una ‘vacanza intelligente’ di accademici che non si prendono troppo sul serio, ma un esercizio filosofico molto classico che fa uso del materiale più distante da tale esercizio. 

La pop filosofia italiana è consapevole di trovarsi in una particolare congiuntura storica, che vede molti prodotti della cultura di massa come serie tv, graphic novel, videogiochi, social network, pratiche corporee, diventare molto più complessi di un tempo. Un motivo in più, quindi, per cercare l’alleanza con i fenomeni pop. Si tratta di un’alleanza per arrivare a un pubblico più vasto dei lettori delle opere accademiche, ma anche per dare vita a una filosofia ‘spregiudicata’, che non rinuncia a pensare ‘pregiudizialmente’ nessun tipo di fenomeno. Una filosofia, quindi, che fa del dibattito pubblico il suo campo d’azione privilegiato. Nel 2011, l’anno successivo alla pubblicazione di Pop filosofia, nasce un festival esplicitamente dedicato a quello ormai diventato un vero e proprio genere filosofico, Popsophia, con appuntamenti itineranti nella regione Marche. Il festival è diretto da Lucrezia Ercoli e negli anni – nell’estate del 2021 ne ha festeggiati dieci – è divenuto un punto di riferimento per molti esponenti italiani della pop filosofia, che vi prendono parte come a un vero e proprio laboratorio filosofico. Partecipano soprattutto giovani che hanno fatto della pop filosofia il proprio sentiero di ricerca privilegiato, come i già citati Regazzoni e la direttrice Ercoli, Tommaso Ariemma, Alessandro Alfieri, Monia Andreani, Cesare Catà, Andrea Colamedici, Riccardo Dal Ferro, Maura Gancitano, Selena Pastorino, Salvatore Patriarca, e tanti altri. Ognuno porta il proprio contributo, scegliendo un particolare campo della cultura di massa sul quale concentrarsi. Così le serie televisive possono farci riflettere in modo nuovo sui concetti di bellezza e narrazione, la pornografia può rivelare il cuore di tenebra della democrazia, Shakespeare può essere l’ingrediente segreto più usato dalla cultura di massa, ritenuta a torto molto distante dalla cultura alta, la musica rock o il giornalismo politicamente scorretto possono diventare fenomeni rivelatori della società contemporanea, insieme al nostro comportamento sui social network e agli influencer che lo orientano. 

Il festival, insieme ai suoi protagonisti, si dichiara erede del pensiero di Gilles Deleuze, che, negli anni Settanta, ha coniato il termine pop filosofia: superare i limiti del saggio universitario, sperimentando pratiche e scritture che possano portare la filosofia oltre il recinto dell’accademia, nelle piazze delle città o in quelle virtuali del web. 

La formula del festival ha, così, potenziato la sua forma spettacolare, creando degli originali philoshow, spettacoli musicali contaminati dal discorso filosofico. Inoltre, esponenti della pop filosofia come Riccardo Dal Ferro, Andrea Colamedici e Maura Gancitano, hanno dato vita a ulteriori possibilità della pop filosofia sul web. Colamedici e Gancitano hanno fondato Tlon, progetto editoriale attivo su diversi media (con una casa editrice, una pagina Facebook e un profilo Instagram molto seguiti), che ha a sua volta promosso festival filosofici come Prendila con filosofia(2020) e Festa della filosofia(2021), dove l’approccio pop la fa da padrone.

La pop filosofia non ha, in primo luogo, l’obiettivo della divulgazione, ma negli anni ha dimostrato di saperla fare bene, sfruttando la frequentazione con i linguaggi pop. Su YouTube Rick DuFer, alias Riccardo Dal Ferro, ha creato un seguitissimo canale che mescola classici della filosofia e cultura pop. Nelle scuole superiori, a partire dalla pubblicazione de La filosofia spiegata con le serie tv (2017), l’insegnamento della filosofia, grazie ai fenomeni pop, ha trovato un vero e proprio metodo didattico, utilizzato da molti docenti italiani.