Knil/Link

Una inversione del link in forma trans-storica
Luca Vitone, 143 Link, 1999, dettaglio, serigrafia, 80×60 cm, tiratura 30 esemplari, courtesy l’artista, foto di Roberto Marossi

Questo articolo è disponibile anche in: English

Daniele Gasparinetti

«L’unica ragione per cui parlare di storie del passato

è per discutere su come le cose potrebbero andare (diversamente)»

Anonimo del XVIII secolo

Questo breve testo prova a parlare obliquamente del Link Project, un’esperienza che ha avuto luogo a Bologna tra il 1994 e il 2001 circa, alla quale ho partecipato assieme a una discreta folla di persone, quando avevamo tra i venti e i trent’anni. Questo spazio di scrittura è molto ridotto, e ritengo più significativo provare a estrarre alcune concezioni chiave che mi sembrano collocare storicamente quel progetto in un sintagma più ampio, fino a toccare la contemporaneità. Del resto, se la memoria è una attività immaginativa, non c’è dubbio che possa tramutarsi in fantasticazione, e quindi produrre idee e idealizzazioni.

Indubitabilmente la pop culture’ è arrivata in Italia dagli Stati Uniti. Un apporto che ha marcato una differenza rispetto a ciò che fino agli anni Sessanta si intendeva con ‘cultura popolare’. La ‘pop’ era ‘art’ (o non era), ma non tutta l’‘arte’ era ‘popolare’. L’influenza di quella macchina mitologica implicava un deciso tratto distintivo, di uno stile di vita che invertiva la polarizzazione tra le parti: alto e basso[i].

In Europa, forse solo in Gran Bretagna si è potuto assistere, come in Italia, a questo cortocircuito e a una riappropriazione febbrile, più che del termine, di una certa estetica e un preciso modo di fare e di apprezzamento delle cose[ii].

Ci tengo inoltre a precisare, per chi non c’era, che per un lungo tratto del Novecento il pop non ha coinciso con il mainstream. Si è affacciato piuttosto con il volto di una ‘mala-cultura’, adottando l’atteggiamento spesso scontroso e rivendicativo degli alternativi della beat generation. Usciva molto spesso dai ghetti, o nei ghetti trovava ispirazione e conforto. La sua fatale patinatura industriale è un fenomeno successivo, relativamente recente, che già confluisce nella retromania.

Nei paesi del capitalismo avanzato, parallelamente alla dissoluzione dell’operaio-massa, dopo il ciclo di crisi iniziato sul finire degli anni Sessanta, si stava configurando una nuova forma di ‘aristocrazia proletaria’, tecnicamente qualificata e sindacalmente matura.

C’è forse un legame con l’insorgere, negli stessi anni, di culture che emergevano dalla subalternità con atteggiamenti di ‘intransigenza di gusto’, che le facevano apparire come nuove élite. Ogni subcultura si arrogava il diritto di dettar legge in termini di gusto. Il clima era fanaticamente litigioso, anche se i passaggi da uno stile all’altro non venivano necessariamente percepiti come un tradimento, e vi era un ampio spettro di co-influenza connotato dalla ‘trasversalità delle frequentazioni’ di più territori estetici.

Gli italiani non hanno mai apprezzato Hobbes. In Hobbes, il concetto di ‘popolo’ assorbe il dissoluto moltitudinario, assumendo la figura del ‘sovrano’. Anarco-punk e operaismo, hanno trovato in Italia alcuni punti di contatto, e l’‘Italian thought’ ha restituito al mondo anglosassone il concetto di ‘moltitudine’ come effetto adattativo e contributo originale. Era un segno di insofferenza nei confronti del catto-comunismo. Una diaspora punk-operaista ha allontanato una moltitudine da certi luoghi/modi della produzione/consumo.

Nel 1994, dunque, ci si è trovati a lavorare in una ‘factory’, il Link Project. La factory è innanzitutto un luogo. Grande abbastanza, ma mai a sufficienza, per consentire a una moltitudine di operare. Si situa su un terreno intermedio tra pubblico e privato, coniugando zone d’ombra e di visibilità. In questo senso, funziona da un lato come ‘teatro di posa’ e dall’altro come ‘teatro di vita’; ossia momenti del rappresentabile e momenti dell’irrappresentabile. Chi mai volesse coniugarli, perderebbe inevitabilmente l’attimo e l’occasione. La vita scorre come i fotogrammi di un film, e i contesti sono come ‘setting’. La precarietà è assunta come scelta e interpretata come attitudine al transitorio, il temporaneo. Per condurre una vita moltitudinaria che vada oltre l’incontro estemporaneo, ogni volta unico e irripetibile, serve una ‘forma di organizzazione’, una trama marezzata. Si presuppone che il diverso possa convivere con il diverso e produrre ciascuno le proprie serie (o ‘formati’) divergenti. Una vocazione enciclopedica ha sempre animato le collezioni di specie e generi, ci sono state case editrici che hanno più volte tentato di attraversare l’intero ‘multiverso’della differenza grazie a ‘compilazioni enciclopediche’ frutto di scelte paradigmatiche (vi ricordate alcune collane Einaudi e Adelphi?). Ma parlando del Link affrontiamo il campo del vivente, che è mutevole e scostante. La fonte di ispirazione per una organizzazione di questo genere era, e potrebbe essere plausibilmente ancora oggi, quella di una rivista. Si entra così in un mondo-di-redazioni (mondo-di-relazioni), per dare vita a una ‘rivista vivente’. Le redazioni sono le unità minime di raccordo, confronto e ordinamento delle linee. Sono dei collettivi che scelgono (il corrispettivo dei gruppi di acquisto di oggi). Piccoli o grandi, si basano su una geometria formata da numeri dispari. 3 è l’unità di base, incrementabile fino a 5, 7, 9, 11 (ma in casi assai rari), e non oltre. I numeri dispari, nelle dinamiche redazionali, garantiscono una imparità di fondo, che impedisce la riproduzione genetica del consenso: non è la famiglia (padre-madre-progenie), ma un procedimento dialettico che può assumere molte forme di combinazione. L’oltre di queste unità di conto è già un’‘assemblea’. In assemblea sarebbe bene mai contarsi (pratica che è implicata nei riti di votazione, che possono essere, anche agevolmente, evitati). Le assemblee rappresentano i luoghi delle confluenze-divergenti, e sono gli organi della non-totalizzabilità. Una buona assemblea può durare molte ore ed esprimere asperità e attriti. Comunque prima o dopo si esaurisce, anche per estenuazione. Se ne dovrebbe uscire forti della propria divergenza, rafforzata da un confronto (e non dal consenso). Facilitare le assemblee è una strana arte.

Le ‘situazioni’ complesse annoverano anche i ‘singleton’[iii], gli insiemi costituiti da un solo membro. I singoli hanno maggiore agilità nel movimento, e garantiscono molti passaggi di informazione tra gli insiemi impari e pluricellulari. Spesso vengono percepiti come schegge impazzite. Continuando con il parallelismo biologico, funzionano come i macrofagi: agenti autonomi capaci di compiere molte operazioni, sia per il bene che per il male del sistema in cui si muovono[iv].

Si dice che le vere decisioni vengono prese nei corridoi. E anche le trattative trasversali. Situazione non facilmente riproducibile, al Link Project i corridoi erano costituiti dalle sale più o meno grandi che ospitavano gli eventi discussi e progettati negli ambiti redazionali, inter-redazionali e assembleari, che formavano la programmazione dello spazio. Di notte, quindi, in mezzo a molta folla, durante e tra un evento e l’altro, tanta musica elettronica e svariati fumi.

Proviamo a immaginare cosa succederebbe se tutti gli effetti del dibattito e delle deliberazioni di un parlamento trovassero loro esclusiva realizzazione nel Transatlantico[v]. ‘Undercommons’ e ‘commons’ (spazi comuni) coincidono sovrapponendosi, come il piano compositivo a quello di immanenza. Uno spazio di programmazione così configurato, non può che trasformarsi in uno specchio d’acqua: una superficie di riflesso attraversata da correnti a volte pacifiche e a volte turbinose, come in un complesso di caverne carsiche situate su vari livelli. Il fatto che una ‘situazione’ di questo genere possa avere (o possa avere avuto) una partecipazione (di ‘pubblico’) molto ampia, ai limiti di un fenomeno di massa (ma ancora al di sotto) può stupire. Non si tratta di un effetto della intensità dell’esperienza del singolo (che si presenta anche in situazioni più semplici e controllate). L’intensità è dovuta più direttamente dalla quantità di correnti che confluiscono a formare la ‘situazione’. Il procedere moltitudinario si distingue per la convivenza turbolenta di vivaci intransigenze estetiche, che possono produrre effetti fintantoché la capienza lo consente. L’acefalo e il polpo (simbolo quest’ultimo adottato giustamente dal MACRO di Roma, che sta conducendo in questi anni un altro interessante esperimento di redazione vivente), sono figure che vivono bene in un terzo paesaggio acquatico e sottomarino, in grotte popolate da creature che si vedono e non si vedono, spesso mutano di aspetto, e danno vita a configurazioni temporanee di natura quasi cristallina, per poi dissolversi.

Tra i prodromi del pop statunitense, sul finire degli anni Ottanta è pervenuta una corrente di letteratura dallo statuto incerto, definita cyberpunk. In termini se vogliamo un po’ grossolani, girava in Italia, in certi ambienti, lo slogan «tutta la tecnologia al popolo». A distanza di trent’anni molte profezie si sono avverate. Il mondo è oggi una factory; non serve evocare le teorie post-operaiste e il lavoro svolto intorno al tema del ‘general intellect’ per rendersene conto. I terminali portatili che ognuno di noi possiede, oltre a vantare la prodigiosa facoltà di essere costitutivamente connessi alle banche dati, condensano miniaturizzate tecnologie favolose di raccolta (documentazione) e trattamento (elaborazione) dei dati.

Oggi il mondo è un immenso teatro, dove chiunque gioca il ruolo della comparsa. La vita diviene una posa. Ma sempre più complesso è dominare la distanza che separa l’attimo vissuto dalla sua rappresentazione. L’immenso lavorio dei viventi produce materia estratta e trattata da agentività terze che ne diventano proprietarie. Una vasta economia di scambio infra-detto domina la scena e il mondo si è trasformato in un immenso ‘plot’[vi], governato da una monocultura nucleare. Un vago senso di isolamento accompagna questo paesaggio ricco e desolato, dove le preoccupazioni per il futuro (il grande assente) rivestono la sottrazione di un presente, situato e situazionautico, che rimane, tuttora, la migliore impresa possibile.


[i] È a partire dalla metà degli anni Novanta che cominciano ad affacciarsi i termini ‘nobrow’, che denota i fenomeni culturali e di storicizzazione che mescolano culture alte (high) e basse (low), e ‘overground’, che segnalava invece l’affermarsi nel mainstream di elementi e fenomeni undergorund.

[ii] A differenza di chi lamentava la tendenza a una dissipazione identitaria nazionale, i nipoti di Pasolini se la vivevano con appassionata disinvoltura, non necessariamente omologati. Il pop italiano si esprimeva con forme sue, meno in campo musicale e letterario (su questo rimaneva un filo provinciale) ma con grande slancio in quello visivo, cinematografico e progettuale. Le sue icone erano Olivetti e Brionvega, Pino Pascali era un supereroe, Mina era divina, e se confrontiamo gli interni di film come Arancia meccanica o La decima vittima, troviamo curiose risonanze in termini di design e costumi.

[iii] Termine proveniente dall’insiemistica, reimpiegato nella matematica politica di Alain Badiou.

[iv] Questa descrizione dei ‘macrofagi’ proviene dalla microbiologa Barbara Ehrenreic (Cause naturali, Luiss University Press, 2021).

[v] «Il “corridoio dei passi perduti” è l’astanteria del parlamento, il luogo nel quale i deputati sostano in attesa che ad una seduta succeda quella successiva e nel quale incontrano i giornalisti in possesso dell’accredito d’accesso. La definizione “corridoio dei passi perduti” non è casuale e fa riferimento al fatto che gruppetti di tutti i partiti, assorti in infinite chiacchiere, passino ore ed ore in questo luogo che, per molti, è quello nel quale si perde la maggior parte del tempo in Parlamento». Tratto da <presidiomontecitorio.it>

[vi] In questi giorni ho provato a rendere in italiano questo termine, prelevato come spunto dalla recente pubblicazione di When Site Lost the Plot, (a cura di Robin Mackay, Urbanomic, 2022) che potrebbe corrispondere a una porzione di terreno, un ‘campo’ destinato a… (ma non nel senso di ‘field’), che in Italia è unicamente inteso come trama, intreccio di film o di romanzo.