Biennale 2022 e dintorni

Viaggio nella rassegna d’arte più popolare al mondo

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Laura Cherubini

Innanzitutto, si deve dare atto al presidente Roberto Cicutto e alla direttrice del settore Arti Visive Cecilia Alemani, di aver condotto l’imbarcazione Biennale di Venezia, antica e carica di gloria, ma in rotta verso il futuro, fuori dalle secche della pandemia, che ne aveva determinato anche un cospicuo rinvio.

Non c’è dubbio che, complici anche la posticipazione e i collegamenti necessariamente online, Alemani abbia svolto una poderosa ricerca per la sua mostra, dal titolo, tratto da un libro di Leonora Carrington, Il latte dei sogni. La ricerca, però, è stata talmente ampia da aver generato un altissimo numero di opere esposte, e questo è un primo dato su cui riflettere.

Quando André Breton pubblica il suo grande libro L’arte magica (1957, n.d.r.) lo correda con una Inchiesta rivolta ad artisti, filosofi, scrittori… (uno dei vari metodi surrealisti per mettere in comune il pensiero). Tra questi Carrington, che non fornisce risposte a ogni domanda, ma risponde con un breve testo complessivo in cui definisce il suo stile «prezoologico» e scrive: «Finché l’artista non sarà ridiventato mago, nel senso che dominerà l’arte magica a cominciare da se stesso, si potrà soltanto dire che nell’arte i sortilegi sono pericolosi e confusi come le armi nelle mani dei politici e capi di Stato moderni… Soltanto nel bizzarro oceano della magia l’essere può trovare la salvezza per se stesso e per il suo pianeta malato… Quando si tratta di magia, essere chiari vuol dire anzitutto essere caotici, poiché all’origine le due cose sono una sola». A queste parole ripensavo, sfogliando il ricchissimo catalogo de Il latte dei sogni, forse la vera mostra.

Prendendo Carrington come punto di partenza, Alemani si riallaccia alla grande tradizione del surrealismo e del pensiero magico che lo fonda. L’altra metà del surrealismo, Carrington, Leonor Fini, Meret Oppenheim… declina questo pensiero in forme sofisticate, intellettualmente e artisticamente. Ma se il grande allargamento della ricerca nel catalogo produce ‘differenza’, complessità, profondità, nella mostra rischia di produrre ‘ripetizione’ soprattutto appunto a causa delle tantissime opere esposte.

Alla base del lavoro per la Biennale c’è una domanda: «Quali sono le differenze che separano l’animale, il vegetale, l’umano e il non umano?»

All’interno della rassegna, che occupa il Padiglione centrale ai Giardini e buona parte dell’Arsenale, a partire dalle Corderie, Alemani ha predisposto ‘capsule del tempo’, piccole esposizioni a carattere storico, tematiche, con attraversamento cronologico. Si tratta di un aspetto molto interessante. Una di queste capsule è ispirata a Materializzazione del linguaggio, mostra che riabilita la presenza femminile e che nel 1978 l’artista Mirella Bentivoglio era stata incaricata di curare dall’allora presidente Carlo Ripa di Meana (una presidenza che meriterebbe approfondimenti, per essersi rivelata anticipatrice: la Biennale dedicata al Cile [1974, n.d.r] ispirò Okwui Enwezor per la sua [2015, n.d.r.], e la Biennale del dissenso [1977, n.d.r.] potrebbe parlarci molto dell’oggi). «Dunque ciò che prima mancava non era la qualità, bensì soltanto l’informazione» (Bentivoglio). Ora abbiamo l’informazione, speriamo non manchi la qualità. Alemani dichiara che non le interessa se la mostra sarà etichettata come ‘politicamente corretta’ o come ‘la Biennale delle donne’. In ogni caso sarà difficile evitare queste definizioni, poiché corrispondono ai criteri di impostazione dell’esposizione.

Ai Giardini la mostra ha un allestimento di tipo museale. Non mancano presenze già molto consolidate, come Katharina Fritsch (Leone d’oro alla carriera), Rosemarie Trockel (all’origine anche di molti lavori con la tessitura che abbondano nel percorso espositivo), Carla Accardi. Si distinguono Cecilia Vicuña (altro Leone d’oro alla carriera), Simone Fattal, la storica Agnes Denes, la giovane June Crespo. Spazio relativamente ristretto viene dedicato a Nanda Vigo, Laura Grisi, Dadamaino, Grazia Varisco. Ed ecco che il racconto riprende con tutt’altro tono all’Arsenale, mai così fitto di opere. Colpisce qui l’aspetto ‘muscolare’ di molti lavori. La prima sala presenta Brick House, monumentale busto in bronzo di Simone Leigh (la stessa che trasforma il padiglione americano), e le grandi opere dell’afrocubana Belkis Ayón dedicate a una segreta confraternita. Rosana Paulino utilizza vari mezzi, dal ricamo al disegno, in serie come quella dedicata alle balie di colore, pratica di sfruttamento, mentre i fili sottili delle radici avvolgono chi li ha generati. Un discorso a sé meriterebbero i video, piuttosto rari, dove il livello qualitativo (non sempre presente in alcune opere pittoriche), è buono, ma le tematiche sono iterate e attengono in genere ai cambiamenti climatici: Thao Nguyen Phan ha una formazione da pittrice, ma presenta un video a tre canali che segue le trasformazioni del fiume Mekong; sacralità e ritualità abitano molti video, come quello, tra i più belli, dell’uzbeka Saodat Ismailova; il cinese Zheng Bo (vive a Hong Kong) mette in scena attraverso il corpo di cinque danzatori scandinavi scambi sensibili tra le specie. Il video di Diego Marcon mi fa pensare al termine tedesco unheimlich, relativo agli ultimi scritti di Freud, tradotto in italiano come ‘perturbante’, che dal punto di vista semantico è il contrario di heimlich, familiare, ma da un altro punto di vista lo contiene in sé: il perturbante abita il familiare. Tra i video, il più interessante arriva alla fine: sulle acque delle Gaggiandre, Wu Tsang proietta una videoinstallazione ispirata al capolavoro di Melville Moby Dick, dal punto di vista della balena.

Dopo tante ‘grosse’ pitture e sculture, dà un certo sollievo imbattersi nella grande installazione della colombiana Delcy Morelos, che parla del nostro rapporto con la madre terra. Sandra Vásquez de la Horra (cilena, vive a Berlino) fa rivivere in modo originale l’antica tecnica del disegno, e sigilla i dipinti con la cera tramandandoci miti e riti. Uno dei migliori autori presentati è Noah Davis, artista e curatore americano scomparso a soli trentadue anni: il testo di Ian Wallace in catalogo lo definisce influenzato da Marlene Dumas e Luc Tuymans, a me sembra sinceramente che l’interesse del suo lavoro sia superiore a questi riferimenti; la qualità pittorica è altissima, basta guardare The Conductor. Nella capsula cyborg troviamo grandi artiste storiche, Florence Henri, Hannah Höch, Rebecca Horn. Molto interessante il lavoro fotografico di Joanna Piotrowska (vive tra Varsavia e Londra): nella serie Frantic invita i soggetti a costruire nelle loro case alloggi di fortuna, rifugi, all’interno dei quali essere fotografati. Delude un po’ il lavoro di Precious Okoyomon, che aveva creato aspettative: il suo giardino di rampicanti infestanti non appare perfettamente messo a punto. Perché abbiamo dimenticato Maria Thereza Alves? Il Leone d’oro è andato a Leigh. Premiato con il Leone d’argento, il libanese Ali Cherri presenta un video dove il protagonista tenta di trasformare il fango in mattoni. Come padiglione, ha ricevuto il Leone d’oro quello della Gran Bretagna, che non aveva riscosso particolari apprezzamenti tra gli addetti ai lavori dei professional day, mentre molti consensi avevano raccolto il Belgio con Francis Aly͏̈s, la Francia con Zineb Sedira e l’Italia con Gian Maria Tosatti[1]. Mentre il grande numero di opere ha reso difficile una lettura nitida de Il latte dei sogni, il padiglione della Danimarca, dove è protagonista una famiglia di centauri, ha proposto una riflessione su temi simili in modo stringato, essenziale e netto. L’Ucraina, oltre che con l’opera di Pavlo Makov, giunta da sotto le bombe, è presente in piazza Ucraina, dove un cumulo di sacchi ricorda i sistemi per proteggere i monumenti durante la guerra. Da ricordare anche il Canada, dove Stan Douglas, che come sempre riflette sui fatti della storia, istituisce un’analogia tra anni chiave, ad esempio il 1848 e le sue ‘rivoluzioni borghesi’, e il 2011, con le proteste di Tunisi, Vancouver, Londra, New York, utilizzando foto e video. Rappresentati da artisti italiani sono Malta, dove Arcangelo Sassolino si ispira alla pala d’altare maltese di Caravaggio con il contributo di due musicisti, e l’Australia, con l’artista-musicista (nato a Melbourne da genitori italiani) Marco Fusinato. Da registrare anche la presenza di Giuseppe Stampone al padiglione di Cuba.

Ma Venezia è una laguna, e dunque intorno alla Biennale sorgono tanti eventi e mostre che ne fanno uno straordinario arcipelago dell’arte contemporanea. Tra gli eventi collaterali bellissima l’esposizione di Louise Nevelson, presente anche ne Il latte dei sogni, mentre in Take your time Francesca Leone ci parla del tempo attraverso le metamorfosi prodotte dalla ruggine sulle lamiere che diventano drappi, stalattiti, rose. Dalla Peggy Guggenheim Collection, Surrealismo e magia dialoga con Il latte dei sogni. Splendida la mostra di Anselm Kiefer a Palazzo Ducale, nella sala dove venivano eletti i dogi: il titolo, Questi scritti, quando verranno bruciati, daranno finalmente un po’ di luce, è tratto dalle parole del filosofo Andrea Emo, che per tutta la vita ha scritto trecentoventidue quaderni, senza mai pubblicarli, ed è stato riscoperto da Massimo Cacciari. Kiefer riflette sulla storia, sulla memoria, sulla stessa città di Venezia, soglia tra Oriente e Occidente. Molto bella e importante la mostra di Afro a Ca’ Pesaro, dove è ospitata anche una piccola, raffinata esposizione dedicata all’astrattista Bice Lazzari, che bene avrebbe figurato ne Il latte dei sogni (insieme ad altre artiste italiane, come Elisa Montessori). La Fondazione Vedova ospita quest’anno Arnulf Rainer, nel confronto ai Magazzini del Sale, dove emerge con forza l’energia di Emilio Vedova, con molte indimenticabili opere inedite. A Punta della Dogana Contrapposto Studies di Bruce Nauman, curata in modo eccellente da Carlos Basualdo e Caroline Bourgeois. Particolarmente degna di nota Penumbra al Complesso dell’Ospedaletto, otto nuove opere video e filmiche commissionate da Fondazione In Between Art Film ad altrettanti artisti. Ricordiamo soprattutto Takbir dell’afghano Aziz Hazara, il quale racconta che, come durante l’occupazione sovietica gli abitanti di Kabul approfittavano dell’oscurità notturna per protestare, così nel 2021 gli afghani sono tornati sui tetti per gridare il Takbir, mentre sia il governo in carica che i talebani tentavano di strumentalizzare il fatto per propaganda, e Pantelleria, opera di Masbedo che fa riferimento a un incredibile episodio: il violento bombardamento dell’isola siciliana nel 1943 da parte degli Alleati, e la replica effettuata per girare le riprese di un combat film di propaganda. L’attualità di quest’ultimo lavoro (che ha richiesto due anni di preparazione) è molto forte.

Proprio dall’arcipelago di esposizioni, per la maggior parte molto belle e interessanti, nasce un desiderio. Siamo certi che una mostra unica sempre più gigantesca, nello spirito del Salon, giovi alla Biennale? Possiamo pensare a una logica diversa? Ricordiamo qualche precedente in cui il direttore ha fatto il direttore e non il curatore di una mega-mostra, per esempio all’edizione del 2003, quando Francesco Bonami chiamò diversi curatori per diversi progetti, in cui lui era solo parzialmente coinvolto, una mostra delle mostre, polifonica, con prospettive diverse sull’arte contemporanea, da Catherine David, a Hou Hanru, Massimiliano Gioni, Hans Obrist…


[1] Quanto al padiglione Italia, lasciatemi dire una cosa: quando nel 1990 sono stata tra i curatori del padiglione con il direttore Giovanni Carandente, avevamo dato una sala a ogni artista (prima e dopo non è stato sempre così) e avevamo chiesto di mettere a verbale che si doveva andare verso un padiglione italiano ‘normale’, con un solo curatore e un solo artista. Che dopo trentadue anni questo sogno si sia realizzato è una bella soddisfazione…