Il corpo collettivo
Note sulla Milano dei primi anni Duemila

Alessandro Nassiri Tabibzadeh, Cinema Take Away, 2005, Milano, risciò, proiettore, lettore dvd, casse audio, courtesy Alessandro Nassiri Tabibzadeh

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Francesca Guerisoli

Nel primo decennio del Duemila, erano numerosi gli operatori culturali, nati tra anni Settanta e prima metà degli Ottanta, che guardavano sia alle pratiche sociali sia al lavoro di squadra. In particolare, a Milano, i ‘giovani’ lavoratori dell’universo artistico si erano formati e avevano mosso i primi passi in un territorio vitale e propulsivo, vivendo direttamente la discussione su arte e prassi relazionali e sociali, sollecitati da curatori, docenti e artisti che avevano affrontato questioni nazionali e internazionali attraverso antologie e riflessioni su cosa fosse e quali declinazioni stesse assumendo la cosiddetta ‘public art’. Basti pensare a collettivi e associazioni quali Connecting Cultures, fondata nel 2001 da Anna Detheridge; FreeUnDo di Anna Stuart Tovini e Vincenzo Chiarandà, network per l’arte contemporanea nato nel 1995; Isola Art Project, aggregazione di artisti e curatori creata nel 2001, divenuta poi, con Bert Theis, Isola Art Center; così come alle lezioni di Alberto Garutti o Stefano Boccalini, agli incontri e alle mostre curati da Gabi Scardi e Marco Scotini. Solo per citarne alcuni…

Lungo quel decennio, l’arte a Milano era investita da una chiara spinta verso l’impegno nel sociale, al fianco delle comunità, soprattutto relativamente a tematiche riguardanti questioni abitative e aree urbane di conflitto. Numerose le associazioni sul territorio attente alle trasformazioni urbane e alle loro conseguenze, sperimentatrici di modi sostenibili e pratiche bottom-up per affrontare il contesto della città metropolitana. Con l’obiettivo di valorizzare il loro operato, era nata la rete inContemporanea (2006-2009), curata da Gabi Scardi e supportata dalla Provincia di Milano, che riuniva aMAZElab, AR.RI.VI., Assab One, Atelier Spazio Xpò, Careof, Connecting Cultures, FreeUndo, Isola Art Center, Museo Teo, Neon>FDV, O’, Reporting System, Uovo, Viafarini, Wurmkos. Non mancavano gli spazi indipendenti, non riconosciuti come associazioni, e i gruppi di dibattito sullo stato dell’arte e sul lavoro dei suoi operatori. Si respirava dunque un’aria frizzante, forse anche perché la generazione di artisti, storici dell’arte, critici e curatori, che si stava affacciando al mondo del lavoro, era la prima a vivere le conseguenze dirette della deregolamentazione del mercato, che rendeva il terreno della sussistenza nell’arte – già scivoloso per natura – ancora più instabile, e spingeva ai margini coloro i quali non potevano sopravvivere in una città così costosa. Sempre più precario in un mondo che stava subendo un’involuzione economica, l’artista mirava a farsi attore del cambiamento sociale, portare il proprio contributo per il benessere della società, svincolandosi sempre più dal proprio studio per saldare legami con comunità di cittadini. Erano anni in cui non esistevano ancora bandi di sostegno alla ricerca artistica come l’Italian Council, nato solo nel 2017, e riuscire a sopravvivere nel settore significava essere dotati di rendite familiari o notevoli capacità di multitasking, riuscendo a coniugare la ricerca artistica con un lavoro full time. I giovani artisti di allora operavano all’interno di tale scenario. Ad esempio Alessandro Nassiri Tabibzadeh (Milano 1975) che, nel primo decennio del Duemila, era tra le figure di spicco dell’area milanese, e che ha fatto delle pratiche relazionali e dell’immersione nella città il punto cardine dei suoi progetti, sempre conditi da un velo di ironia e gioco; in Cinema Take Away (2005) porta i video d’artista nelle strade e piazze pubbliche di Milano attraverso un risciò su cui sono montati un proiettore, un lettore DVD e delle casse audio: «Cinema Take Away è un cinema portatile. / Cinema Take Away è a disposizione di tutti i progetti in cerca di pubblico. / Cinema Take Away si muove liberamente per le vie, lo puoi guidare anche nelle zone pedonali. / Cinema Take Away raggiunge il pubblico se questo non lo raggiunge. / Cinema Take Away è ecologico. / Cinema Take Away ha tutto quello che serve per una proiezione. / Cinema Take Away è a disposizione di tutti gli artisti che vogliono condividere le loro idee. / Cinema Take Away non deve pagare il parcheggio. / Cinema Take Away è gratis ed è sempre in cerca di nuovi video da mostrare. / Cinema Take Away è sotto casa tua. Se lo cerchi»[1]. L’opera genera comunità temporanee, in virtù della proiezione, e contestualmente porta l’arte ai cittadini: al calar della sera, una selezione di video degli artisti presenti nell’archivio dell’associazione Careof – tra cui Stefano Romano e Francesco Lauretta – vengono proiettati in piazza Gramsci, piazza dei Mercanti, nei pressi di piazza Sant’Eustorgio e in vari altri luoghi, quali il liceo artistico Caravaggio e la Triennale di Milano. L’azione/installazione di Nassiri evidenzia anche l’intento di ‘fare squadra’, appropriandosi di un vocabolario plurale nella scelta di video non suoi; Cinema Take Away diviene dunque dispositivo che tesse relazioni a più livelli, tra gli artisti e tra artisti e pubblico.

Le tensioni sociali che attraversavano alcune aree della città, per esempio via Paolo Sarpi, nota come Chinatown milanese, e via Padova, erano evidenti, e per tale motivo vi si concentravano gli interventi artistici. Ad aprile 2009, entrano nel vivo del conflitto, dato dall’ininterrotto scarico merci nell’area di via Sarpi, Andrea Masu (Milano 1970, membro del collettivo Alterazioni Video con Paololuca Barbieri Marchi, Alberto Caffarelli, Matteo Erenbourg e Giacomo Porfiri) ed Elisa Giardina Papa (Medicina 1979) con Il carrellino d’oro, azione collettiva ludica nata nell’ambito di Chinatown Temporary Art Museum[2], a cui partecipano diversi artisti residenti nella zona, su invito di FreeUnDo. «L’iniziativa affronta in modo ironico quello che è diventato uno dei simboli del conflitto nel quartiere Sarpi, così da ritrovare un terreno comune di confronto e dialogo», spiegava Masu a «la Repubblica». Il carrellino d’oro, di cui ha avuto luogo anche una seconda edizione, consiste in una gara di corsa lungo una strada del quartiere, muniti di carrelli usati per trasportare le merci. Come in un videogioco, l’abilità sta nel districarsi tra ostacoli che riprendono quelli di tutti i giorni: mamme con bambini, biciclette, vigili, macchine in retromarcia, con penalità previste per eventuali incidenti. La competizione, aperta a tutti, richiedeva che ogni carrello portasse lo stesso peso. «Partecipare significa avere sprezzo del pericolo e divertirsi, senza vincere nulla»[3].

Ogni zona aveva i suoi contrasti, pronti a farsi materia artistica: in particolare il quartiere Isola/Garibaldi, investito da questioni relative ai cambiamenti urbanistici programmati e il conseguente rischio di gentrificazione, centrali nelle azioni di associazioni come Isola Art Center. Tra i progetti più significativi, Wild Island (2002) di Stefano Boccalini (Milano 1963), artista della generazione precedente e docente alla NABA, che aveva dato vita a un orto-giardino comunitario in uno dei due parchi di via Confalonieri, con l’obiettivo di informare gli abitanti sulla trasformazione urbanistica in atto, e contestualmente sviluppare tra loro un senso di appartenenza al territorio.

Uno dei temi più caldi è il verde di Milano, al centro infatti dell’interesse di artisti e associazioni. Paradigmatico il progetto Verdecuratoda… (2005) di Ettore Favini (Cremona 1974), che evoca esplicitamente Difesa della natura (Bolognano 1984) di Joseph Beuys. L’intento di Favini è una riforestazione urbana mirante alla riqualificazione di spazi pubblici inutilizzati: rotatorie stradali, aiuole pubbliche, piccoli giardini rionali. L’operazione nasce nell’ambito della mostra Rough End (2005), tenuta alla galleria Alessandro De March, e viene poi presentata nell’esposizione Green Island (2006) presso la Stazione Garibaldi, curata da Claudia Zanfi di aMAZElab. Il programma consiste nella riqualificazione di specifiche aree, attraverso la piantumazione di essenze arboree; ogni cittadino può diventare parte attiva. La massima estensione del progetto si è avuta a Torino, alla Falchera, quartiere popolare nato nel 1972, pervaso da attriti sociali, e che oggi, da simbolo della periferia, è divenuto quello con il più alto numero di aree verdi in rapporto alle abitazioni. Favini, con Verdecuratoda…, ha dato vita a un frutteto composto da sei specie di frutta antica protetta. La variante dell’opera, Verdecuratoda…voi (2013), introduce un elemento ludico: viene messo a disposizione dei cittadini un distributore di gadget (come biglie per bambini), dove, inserendo una moneta da 1 euro, è erogata una pallina contenente semi e istruzioni per la semina: «Scegli una zona che ti piace, pianta i semi seguendo le istruzioni del foglietto… e poi ogni tanto vai a dare una controllata ai tuoi semi, segnala a verdecuratoda.com dove hai piantato, attraverso un software di mappatura su google, insieme agli altri cittadini contribuirai a realizzare la più grande scultura vegetale del mondo». I distributori attualmente si trovano a Milano, presso la scuola primaria De Nicola, alla Fondazione Ermanno Casoli di Fabriano e al MAIF Social Club di Parigi.

Tanti sono quindi gli artisti e i curatori le cui attività esploravano le contraddizioni sociali, che hanno operato a Milano lungo quel decennio con esiti interessanti. Molti, però, successivamente, per necessità hanno cambiato città o Paese. Altri, strada.


[1] Dal sito dell’artista, nella sezione dedicata al progetto, <https://www.alessandronassiri.net/index.php?/project/cinema-take-away/>.
[2] Recita il comunicato stampa: «Le azioni proposte dagli autori coinvolti sono per lo più ‘antispettacolari’, non nascono cioè per essere seguite da un pubblico di giornalisti, curatori o addetti ai lavori elevandosi a performance; sono state pensate per accadere tra i passanti, sono momenti che si fanno spazio nei luoghi comuni. Convivendo».
[3] Da ricordare anche il lavoro portato avanti in via Padova da associazioni come Assab One e da Pasquale Campanella, membro di Wurmkos, al liceo artistico Caravaggio, che ha sede in questa zona. È divenuta iconica La terra dei meloni (2007) di Marcello Maloberti (Codogno 1966), performance dove si ballava a ritmo di musica dance rumena.