panorama

Lucia Cantò

Pescara 1995

Vive e lavora a Pescara

Studio visit di Marco Trulli
marzo 2022

Lo studio di Lucia Cantò si trova in una posizione piuttosto centrale a Pescara, su strada Parco, ed è di fatto un rettangolo che si affaccia all’esterno tramite una vetrina da cui entrano la luce e i suoni della città. La prima impressione è quella di trovarsi più di fronte a una project room che a uno studio, per l’ordine spaziale insolito per un luogo di lavoro. In sostanza Cantò dispone nello spazio dello studio quasi esclusivamente le opere su cui sta lavorando, la gran parte dei lavori precedenti sono archiviati in un altro magazzino e una volta chiuso il ciclo ideativo e produttivo, lasciano spazio a nuove idee e forme. Così lo studio, di fatto, rappresenta il luogo mentale in cui coesistono le nuove forme in via di definizione con alcune testimonianze dei lavori passati, oltre a libri, riviste, testi scritti a mano, appunti.

I rapporti di forze, di volumi e le corrispondenze tra i lavori si chiariscono solamente in un contesto praticamente sgombro, dove il vuoto consente di guardare con maggiore lucidità e concentrazione al lavoro.

Lucia Cantò è una giovane artista che utilizza la scultura per indagare l’anima della materia e i sentimenti delle forme, sempre all’insegna di un equilibrio fragile e di una tensione dialettica tra gli elementi. Ma la scultura nasce sempre dal linguaggio, dalla scrittura, che è un processo preliminare che l’artista adotta per interiorizzare le forme prima di immetterle nello spazio. Così i lavori nascono dapprima sotto forma di parole che, nella potenzialità generativa del significato, alimentano visioni e suggestioni.

La forma è sempre un risultato di un processo dialettico tra forze contrapposte, è il risultato di traumi, spaccature, lacerazioni e ricomposizioni, oppure di processi lenti, di erosioni e assorbimenti e in questa dualità mi sembra che Cantò provi a innestare il suo discorso poetico e intimista, per trasformare la definizione della forma, talvolta in un rito plurale, oppure, in un articolato gioco di equilibri fragili, di pesi e contrappesi.

In Atti certi per corpi fragili (2021), ad esempio, ha chiesto a una serie di persone di aiutarla a comporre delle sculture derivate dall’unione di una coppia di vasi industriali, ripercorrendo le superfici e le estremità con l’argilla fino a sigillarli. I vasi accoppiati diventano forme ermetiche e silenziose, identità la cui faccia interna è occultata e che però sono memori di un dialogo e di una collaborazione che l’artista ha sviluppato volta per volta con persone diverse, alla ricerca di una dimensione di coincidenza, parola che in questo caso ha generato questa processualità. La ricerca sulla forma interna delle cose era partita con Peso che arrivi al mio peso (2020), lavoro che ha focalizzato un nodo centrale per la poetica dell’artista, la relazione tra ferita e miracolo concentrata nella radice comune delle due parole in tedesco (wunde – wunder).

Ripercorrere la faccia nascosta della forma degli ex voto è celebrare la preghiera silenziosa che si nasconde in questi oggetti.

Attualmente Cantò sta lavorando a una serie di lavori che riflettono sull’assorbimento, sulla compenetrazione di due elementi che nasce da una suggestione ancora una volta letteraria, stavolta da una poesia di Paul Celan: «[…] noi dormiamo come vino nelle conchiglie, come il mare nel raggio sanguigno della luna». Da qui parte una sperimentazione che porta l’artista a realizzare dei treppiedi alla cui sommità sono montati dei gusci di capesante in cui riposa del vino rosso. Le conchiglie assorbono il vino nel tempo di alcune settimane e le tracce rimangono come ombre sul guscio. 

Sulla stessa falsariga sono le fotografie a parete che ritraggono frasi scritte sul palmo della mano come forma di impressione, di assorbimento e dispersione nel proprio corpo di inchiostro e di storie. La ricerca attuale dunque si sofferma molto sull’analisi dell’identità femminile e sulle simbologie della fertilità, in maniera assolutamente personale e slegata da narrazioni stereotipate. 

Se da una parte la ricerca sulla fragilità strutturale e sull’equilibrio può riportare alla mente, più o meno direttamente, alcuni episodi cruciali della scultura italiana (ad esempio Paolo Icaro), Lucia Cantò dimostra una elaborazione del tutto indipendente, forse talvolta giungendo a esiti che possono risultare austeri ma secondo un approccio che è sempre un corpo a corpo con la materia, in cui tradurre le proprie paure e gli stati d’animo in forme silenziose, attraverso un processo introspettivo di definizione dell’opera.