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panorama

Elena Mazzi

Reggio Emilia 1984
Vive e lavora a Torino
Studio visit di Elena Forin
1° giugno 2024

Elena Mazzi ha studiato all’Università di Siena e allo IUAV di Venezia. Questo percorso di formazione si è completato attraverso un’esperienza al Royal Institute of Art Konsthögskolan di Stoccolma e continua oggi attraverso il dottorato pratico di Villa Arson a Nizza.

La sua indagine si rivolge in maniera trasversale alle culture comunitarie e ai territori in cui sono inserite: ogni suo progetto traccia una specifica relazione tra ambiente naturale, dinamica economica e situazione sociale, andando a delineare una geografia antropologica orientata alla riduzione dei conflitti generati da questi complessi e delicati rapporti.

Ogni suo lavoro prevede l’attivazione di processi di dialogo con i gruppi sociali: da questi incontri e dallo scambio con figure nel campo della ricerca storico-artistica, del giornalismo, della scienza, dell’economia, dell’industria, dello sviluppo tecnologico, nascono opere che denunciano emergenze e raccontano modelli d’inclusione organica degli individui nei diversi contesti.

Oltre all’urgenza dei temi che tratta, già di per sé rilevante, tale trasversalità di approccio implica anche un’articolata sperimentazione espressiva che scaturisce in maniera quasi fisiologica dalle situazioni con cui entra in contatto. Che si tratti di fotografia, video, scultura o installazione, ogni opera corrisponde ai soggetti di cui parla e di cui traccia, anche attraverso la scelta dei materiali, l’identità più profonda.

Il dottorato a Villa Arson è incentrato su una ricerca a cui si sta dedicando dal 2018 e per cui ha ottenuto un supporto dall’Italian Council. Il tema è piuttosto articolato e ha a che fare con le spregiudicate politiche estrattive in corso in Groenlandia, con la creazione di una rotta commerciale che attraversa l’Artico per trasportare le materie prime, con i cambiamenti climatici che rendono più semplice il passaggio delle navi rompighiaccio, con la volontà di autonomia della Groenlandia dalla Danimarca, l’interesse di Islanda, Norvegia e Russia a lavorare le materie prime, e, infine, con la posizione delle popolazioni indigene in merito a queste dinamiche. È un lavoro colossale, in cui ogni storia conduce a quella successiva senza soluzione di continuità: per questo, come per tutti gli altri suoi lavori, la presenza sul campo è una condizione imprescindibile. È nella permanenza in quei luoghi che si compie l’incontro con le persone e le loro storie, dove Mazzi costruisce i diari che spesso impiega nelle sue opere e che accorciano la distanza tra il suo sguardo, quello degli abitanti locali, e infine quello di chi fruisce le opere. É in quegli stessi luoghi inoltre che l’artista raccoglie reperti e analizza tracce, che incontra quegli elementi che la conducono verso la scelta di una specifica matrice visiva per le sue opere.

Anche se il video è un medium ricorrente (tra gli atri, si segnala Poç, del 2023, esposto recentemente nella personale alla galleria Artopia di Milano e a Ca’ Pesaro in Polifonie italiane, a cura di Camilla Salvaneschi e Angela Vettese) in altri casi Mazzi ha scelto linguaggi completamente diversi come per Smellscapes (2022, in collaborazione con le AEF del PAV – Parco Arte Vivente, Torino) in cui ha avviato un percorso di esplorazione collettiva del quartiere, restituito attraverso una serie di essenze che ne raccontano la matrice olfattiva. Per Snow Dragon (2019), il cui titolo è preso dal nome della rompighiaccio cinese progettata per navigare la via polare della seta, ha realizzato un arazzo in fibre naturali e plastica riciclata dai mari (in collaborazione con Giovanni Bonotto ed A-Collection); En Route to the South (2015, in collaborazione con Rosario Sorbello), invece, è consistita in un’analogia tra le comunità di api e quelle dei migranti, per la quale ha tradotto in una serie di tavolette di cera le mappe di quelle città europee che hanno registrato un aumento dell’economia interna a partire dalla forza lavoro immigrata.

Le sono state mosse principalmente due critiche: la non riconoscibilità data dalla diversità linguistica delle sue opere, e un’identità più curatoriale che artistica.

Quando però la natura visiva e linguistica di un lavoro vanno definendosi secondo un percorso così pienamente organico, la diversità non è solo una conseguenza necessaria, ma un atto di attenzione, responsabilità e rispetto del progetto.

Allo stesso modo, l’inclinazione alla collaborazione è indispensabile per tradurre questa complessità nella poetica di un’opera capace di parlare come un coro di voci, di cui Mazzi non dirige semplicemente l’andamento complessivo, ma di cui valorizza ogni singola nota, e per cui ogni minimo intervento ha avuto un ruolo cruciale non solo per la mappatura di una storia, ma anche per mettere in discussione il suo approccio artistico alla narrazione.

Foto di Sergio Di Renzo