panorama

Elena Bellantoni

Roma 1975

Vive e lavora a Roma

Studio visit di Lara Demori

Tra gli studi visitati, quello dell’artista romana Elena Bellantoni mi ha colpito particolarmente. Si sviluppa in lunghezza e può essere convertito all’occorrenza anche in spazio espositivo — all’ingresso è infatti esposto CeMento, un’opera prodotta per la Galleria Nazionale nel 2019 — facilitando così la visione dei lavori. Bellantoni mi mostra alcune tra le sue opere più importanti, anche meno recenti, che hanno segnato la sua carriera: in tutte si nota una particolare attenzione alle questioni di genere, al corpo, sia in qualità di oggetto dello sguardo che di soggetto agente, alle storie e politiche locali e globali. Importante è anche la riflessione sull’alterità, nella forma di incontro partecipativo con l’altro. Bellantoni è un’artista che studia, si appassiona, ricerca, viaggia, e con le sue performance mira a mettere in crisi le tautologie, le sue proposizioni impossibili, le ambiguità del linguaggio: come si può infatti annegare il mare (per riprendere il lavoro Ho annegato il mare in mostra a Manifesta nel 2018)?

A distanza di giorni dalla mia visita, mi accorgo che uno dei lavori che mi torna in mente più di frequente è il video The Fox and the Wolf: Struggle for Power del 2014. Nella sala delle conferenze internazionali del Ministero degli Affari Esteri a Roma, una coppia di ballerini professionisti, che indossano rispettivamente maschere di volpe e lupo, si lancia in un tango appassionato. Due creature che sembrano uscite da un’opera di Max Ernst, a metà tra l’uomo e la bestia si scrutano, si sfidano, si annusano, si toccano e finalmente ballano. Il tango ha storicamente una designazione delle parti e una separazione dei ruoli ben definita, che si riflette anche a livello coreografico, in cui colui che conduce avanza, e colui che si lascia portare indietreggia — una definizione di ruoli che tuttavia non si sviluppa secondo le differenze di genere, dal momento che il tango nasce come una danza ballata da uomini. Nonostante l’apparente passività del follower, i ruoli sono sullo stesso piano e si basano su uno scambio e una comunicazione continui, e una seduzione reciproca che si concretizza nel contatto fisico dell’abbraccio. Una sfida ad armi pari. Il sottofondo della danza è scandito da una voce che in inglese spiega la natura linguistica delle parole wolf e fox, si riallaccia a L’uomo dei lupi di Sigmund Freud e al racconto dei fratelli Grimm La volpe e il lupo, per arrivare a enunciare le teorie sul potere dell’antropologo Eric Robert Wolf. Un lavoro chiaro e diretto nel suo messaggio, ma perturbante nella sua declinazione visiva, che produce in colui che guarda una reazione di straniamento. 

On the Breadline è l’opera che ha impegnato Bellantoni maggiormente negli ultimi anni, a cui Quodlibet ha dedicato una pubblicazione nel 2019 e che ha vinto il premio dellItalian Council. Non ancora mai stata esposta nella sua interezza, è il risultato di un anno di lavoro in quattro Paesi: Serbia, Grecia, Turchia e Italia. Il titolo non si riferisce solo alla memoria storica di questi luoghi, ognuno segnato da una propria rivolta del pane, ma si propone di ricercare e tracciare quella linea di sussistenza a cui l’espressione inglese allude. L’ultimo riferimento è alle lotte femministe: un video a quattro canali riprende altrettanti cori di sole donne, venticinque per ogni Paese, che intonano Bread and Roses tradotto in quattro lingue, un canto di protesta che ha origine nel discorso della leader femminista statunitense Rose Schneiderman, tenuto in occasione di uno sciopero nel 1912. L’opera punta a una convergenza di più spazi liminari, marginali, di confine, non solo da un punto di vista concettuale ma anche geografico: i luoghi dove sono girati i video, ora abbandonati, sono stati storicamente tutti importanti. Bellantoni vi individua una linea di crisi e li riattiva in maniera performativa, tramite una ripetizione seriale di gesti tratti dal vocabolario ginnico, e quindi rappresentativi di certe dinamiche di potere. L’opera si chiude con l’intromissione dell’artista che con la sua esuberanza fisica sparge questi luoghi iconici di farina, simbolo di sussistenza, ma legato anche alla rappresentazione della donna come fulcro del focolare domestico.

La pratica di Bellantoni mostra una fascinazione per una certa visione post-strutturalista che individua nello smascheramento delle dinamiche di potere una delle raisons d’être dell’operazione artistica. Performer straordinaria, Bellantoni eredita dalle artiste degli anni Settanta la centralità del corpo, spesso, nel suo caso, sottoposto a prove fisiche di endurance. Il suo lavoro utilizza diversi media, dalla performance, sempre ripresa in video, a lavori che non la vedono protagonista, anche se questi ultimi finiscono a volte per ospitare l’intervento dell’artista, ponendo l’opera in bilico tra i generi. Viene da chiedersi che strada prenderà Bellantoni in futuro, quella che ha percorso fin di recente, dove prevale la sua fisicità, oggetto e soggetto di azioni al limite dell’estenuazione fisica, o quella più orientata a un lavoro di regia e drammaturgia.

“The struggle for power” still da video 2014 (salone conferenze internazionali Farnesina)
“On the breadline” coro Atene, 2019 foto courtesy dell’artista