panorama

Davide Balliano

Torino 1983

Vive e lavora a Brooklyn (NY)

Studio visit di Lara Demori
dicembre 2021

Davide Balliano mi accoglie nel suo studio newyorkese, uno spazio neutro e pieno di luce, con grandi finestroni che dominano Brooklyn. È uno spazio minimale come il suo lavoro. Balliano ha in preparazione un ciclo di opere, Untitled (Galleria Cardi, Milano 19 gennaio – 15 marzo). Si tratta di un corpus di pitture su lino, un materiale che consente una maggior ricchezza e organicità rispetto al supporto ligneo a cui si era affidato precedentemente.

Balliano si forma come fotografo alla scuola Bauer di Milano dove vive per alcuni anni, fino al suo trasferimento a New York nel 2006. Il suo lavoro gioca sull’impiego consapevole di un rangeminimo di colori: il bianco e il nero. Non è il suo un rifiuto del colore ma una necessità. A uno sguardo superficiale, le grandi tele geometriche di vari formati disposte lungo le pareti dello studio sembrano insistere su una poetica geometrico-astratta – memore dei Black Paintings di Frank Stella, ad esempio – anacronistica rispetto alle ricerche contemporanee. Una lettura più attenta contraddice questa prima impressione: l’apparente purezza, la mono-tonia, la serialità propria del tardo modernismo vengono spezzate da una serie di ‘accidenti’ — abrasioni, scorticature e colature incontrollate di colore — che segnano la tela del drammatico incontro con la realtà. Balliano mi spiega che il processo di costruzione della composizione è molto più complesso di quel che possa apparire a uno sguardo distratto. Ciò che vediamo sulla superficie è solo la sommità di una complessa costruzione piramidale a cui l’artista si dedica quasi come a un rituale. Il disegno di base è fatto a grafite su una base di stucco; seguono vari passaggi di pva, inchiostro, gesso e stucco, in parte rimossi da abrasioni varie e scartavetrate. La stesura di una lacca opaca trasparente completa l’opera. In atto una dialettica dinamica di aggiunta e rimozione.

Se la particolare sinuosità e ripetizione delle forme geometriche può ricordare la resa grafica delle vibrazioni acustiche, la disposizione ottico-plastica delle forme sulla tela tradisce la formazione fotografica dell’artista. Uno studio della fotografia di impostazione fortemente concettuale: ricorda Balliano che il programma di studio, fondato sui precetti della Kunstakademie di Düsseldorf, si focalizzava sul lato teorico e sulla pianificazione piuttosto che sugli aspetti tecnici e documentari del mezzo fotografico. La fotografia nasceva da uno studio ben documentato e non dall’ispirazione del momento. Altra componente fondamentale del suo lavoro è l’alternanza di bianco e nero: nella serie Untitled è spesso il bianco a prendere il sopravvento; l’audacia di un “bianco su bianco”, per citare la famosa opera di Malevič del 1917, in cui purezza e tradizione sono ormai un’utopia. L’essenzialità del non-colore ha fatto sì che l’opera di Balliano venga sempre interpretata alla stregua di un minimalismo contemporaneo. E sebbene l’eredità sia innegabile, ancora più forte è la vicinanza con le esperienze opticalinternazionali degli anni Sessanta, un parallelismo rivelato dall’inaspettato focus sulla componente ottico-visiva della composizione. 

Balliano è un artista in ascesa ma la cui produzione, in continua evoluzione, ha già raggiunto forza e individualità tali da distinguerlo nel panorama degli artisti della sua generazione. La gravitas, la monumentalità, la perfetta imperfezione delle tele iscrivono il lavoro di Balliano in uno stile classico e atemporale. È tuttavia la sua una classicità contaminata, non solo per la mescolanza tra media e generi — pittura, scultura, fotografia, grafica — ma anche tra tela e intervento umano. Un intervento stratificato e sedimentato nel tempo e nel processo di produzione, che altera una purezza e un rigore solo apparenti. Spesso le tele di Balliano sono state definite ‘austere’ proprio per la scelta radicale di due non-colori contrapposti; a me sembrano invece capaci di rompere i dettami di un geometrismo rigoroso e di sconfinare al di là dei limiti della tela stessa, come il riverbero del suono nello spazio.

Viene istintivo chiedersi: cosa verrà dopo? Se per Balliano il bianco e il nero sono una scelta cromatica necessaria, come necessario è il complesso apparato plastico e architettonico sotteso alle sue tele, c’è la possibilità che questa necessità si esaurisca lasciando spazio ad altro o finirà per ripiegarsi su sé stessa ancora e ancora in una infinita meditazione tautologica?

foto di Dario Lasagni
foto di Dario Lasagni