panorama

David Casini

Montevarchi 1975

Vive e lavora a Bologna

Studio visit di Marco Scotti

Sono tanti i luoghi dove David Casini lavora. Lo spazio urbano di Bologna, con i locali, i portici e le piazze; le stanze domestiche che ospitano il suo laboratorio e, da gennaio 2020, anche un atelier all’interno dello spazio dell’associazione Alchemilla, a Palazzo Vizzani in via Santo Stefano, nel centro di Bologna. Un luogo condiviso in un edificio storico – risale al XVI secolo – e dal carattere neutrale. «Quando vivevo in Toscana e poi in Svizzera, avevo l’esigenza di lavorare in grandi spazi vuoti, abbandonati, e questa modalità aveva dato una certa impronta al mio lavoro. Ora cerco di gestire tutto in maniera più intima, personale, con i miei tempi. I progetti importanti, invece, preferisco realizzarli in laboratori esterni, collaborando».

Quando ci incontriamo lo spazio dello studio è dedicato interamente a una nuova serie di lavori: «è un lavoro che si sta autocostruendo, che parte da me, riguarda la musica, l’arte, il paesaggio e la natura morta, e vuole arrivare a una sintesi». C’è una continuità evidente, formale ma non solo, con tutta la sua produzione scultorea degli ultimi anni, fatta di opere pensate come scatole cinesi, in cui ogni tema porta a uno differente. Miniature in cui ogni elemento ha una sua scala propria, dove gli oggetti creano una natura morta a dimensione reale, mentre le basi sono riproduzioni in miniatura dei pavimenti di alcuni musei di arte contemporanea amati da Casini, come il parquet della Kunsthaus Zürich, dello Schaulager o del Beaux-Arts de Paris.

Anche questi nuovi lavori rimangono in ambito scultoreo: sono piccoli teatrini, in cui la quinta è costituita da sagome in ottone, forme ricavate da fotografie quotidiane scattate nel tempo dall’artista. Elementi astratti solo a un primo sguardo, in realtà autoritratti, oggetti quotidiani, ma anche la sagoma della Maddalena penitente di Antonio Canova. «L’ho scelta perché è un’immagine molto potente che mi ha sempre accompagnato, non vuole essere un omaggio all’artista in sé ma piuttosto a una forma scultorea, a una figura e a un tema che mi hanno sempre affascinato». La messa in scena include i macchinari e gli oggetti del laboratorio, che Casini usa quotidianamente nel suo lavoro e che qui vengono trasposti, come fossero attori, davanti a una scena che comprende le copertine dei dischi ascoltati dall’artista. «Sono quelli che mi appartengono, che mi hanno sempre accompagnato nel mio percorso: io non ne parlo mai ma la musica è importante nel mio lavoro, è sempre presente anche quando non è visibile, e il vinile lo considero un oggetto artistico». Queste immagini recuperate ed evocative – dal notturno Crocodiles di Echo and the Bunnymen ai bambini in festa di Anima latina di Battisti – diventano così paesaggio. «Mi fa sorridere che uno dei miei modelli sia Luigi Ghirri, un autore che ha lavorato tanto con le copertine dei 33 giri e sulla musica. Anche se io qui mi approprio dell’immagine e la utilizzo come scenografia». L’elemento della natura morta è introdotto quindi nella composizione con alcuni frutti canditi, cristallizzati poi con la resina epossidica che, togliendo l’aria rende permanente la conservazione effimera data dalla canditura. «Anche questa forma di raffigurazione ritorna sempre nel mio lavoro. Prima per la composizione utilizzavo oggetti in resina, poi sono passato al bronzo con le fusioni a cera persa, ora così riesco a dare una sorta di eternità a qualcosa che rimane però organico». Anche in questo caso, il punto di partenza è una suggestione personale: le texture, le consistenze e i colori della frutta candita, il processo e la sua apparenza ambigua, al limite dell’artificiale. «Un elemento quasi alchemico, ricorrente. Per la mostra a Zurigo nel 2014 avevo lavorato sulle zucche, cercando di trasformarle, essiccandole, fino a farle diventare oggetti quasi lignei, minerali, privi di qualsiasi riferimento temporale». A questo si possono affiancare poi i calchi in resina di elementi naturali o artificiali, oggetti ambigui, trasformati nel colore dal lavoro dell’artista, pur mantenendo traccia della loro superficie e consistenza naturale. C’è anche già un’occasione espositiva per questi progetti, una mostra alla Galerie Valeria Cetraro di Parigi, a settembre. Con la consapevolezza che sarà un ulteriore momento all’interno di una ricerca che con il tempo si confronta di continuo: «È un ritorno alle origini, anche solo per il valore che la musica ha avuto negli anni della mia formazione in accademia. Dopo tutti questi anni, poi, è il mio primo lavoro liberatorio: ho sempre seguito singoli temi specifici, come la natura, il paesaggio, la storia dell’arte… Qui ho scelto di riversare nel progetto tutto il mio quotidiano».