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panorama

Daniele Costa

Castelfranco Veneto 1992
Vive e lavora a Venezia
Studio visit di Stefano Coletto

Daniele Costa cresce tra due città che ospitano le migliori Università della regione: Padova e Venezia. Studia molto, è un perfezionista. Il suo interesse: la ricerca sull’immagine in movimento. Guardi il portfolio e lo trovi essenziale, ben strutturato, completo, con lunghi e densi testi di approfondimento per ogni lavoro scelto. Si laurea a pieni voti con lode al DAMs padovano e quindi allo IUAV. Dal 2015 partecipa a numerosi workshop e incontra il collettivo Irwin, Zimmerfrei, Emanuele Coccia, Antoni Muntadas, Alberto Garutti. Gli chiedo quale sia stato l’incontro più importante, quello che lo ha maggiormente segnato: «Come workshop e incontro ti direi sicuramente Artevisione 2017, avevo 25 anni, ero all’inizio di tutto, l’organizzazione e la professionalità di Careof e l’incontro con Omer Fast come visiting professor sono stati illuminanti; quei 10 giorni intensi a Milano mi hanno cambiato modalità di ricerca, approfondimento e relazione con le immagini in movimento». Quindi tanti screening e mostre collettive anche all’estero, in spazi indipendenti e di ricerca a Vicenza, Padova, Revine Lago, Venezia oppure in collettive che esplorano il contesto della video arte emergente come Videoart Year Book del 2018, oppure il Talent Video Awards 2017.

Il lavoro di Daniele dal 2021 acquisisce maggiore visibilità con il video Trapezia, vincitore di Lydia! della Fondazione Il Lazzaretto. Nel 2022 due mostre personali The Weanings of Goods, per Collezione Perini Natali a Milano e la personale alla fiera di Verona Ends vol. 1, nella sezione LAB. La terza, quest’anno, presso lo spazio di Reggio dal titolo Ends vol. 2, con lavori fotografici prodotti dal video a tre canali sulle performance delle drag La Trape e Trysha,

Già con Spazio morto, vincitore del premio alla 101ma Collettiva Bevilacqua La Masa nel 2017, fino a Trapezia, passando per X, Danieleinterroga i corpi e chi li abita. Lo spazio scenico si riempie e poi si svuota, con il paesaggio d’acqua di Revine Lago in X, con le rose secche, le parrucche, il letto sfatto in Trapezia. Una voce li interroga, sembra interrogarli o vorrebbe farlo, per farli uscire dalla loro vita quotidiana, fatta di banalità, stereotipi, anonimia. Nei video trovi corpi e tecnocorpi, identità fragili e inquiete, costruzioni identitarie impossibili, continuamente mascherate o smascherate, nella creazione di altri ego per non soccombere. Tutto questo è attuale, nell’epoca dei social, in cui tutti vogliamo diventare qualcosa e dirlo al mondo, illuderci di non essere nella stanza triste di Trapezia, ma dove alla fine torniamo. Daniele sembra raccontarci la resistenza solitaria di chi esprime unicità, differenza, alterità. Dalla copilota cieca Elisa in Circuito, all’immigrato Papis di Spazio morto, a Doriano di X. «Niente di che» direbbe Trapezia senza il suo abito altro, ma è ciò che salva.

Meno efficaci paiono quelle produzioni di Daniele che sembrano esercizi di montaggio, dove le suggestioni tecnico-meccaniche di dispositivi e congegni costruiscono un visivo troppo prevedibile. La sensazione è un approccio ordinante, efficace, intelligente, ma che tiene a distanza (The Weaning of Goods. A Mechanical Affair, Il circuito). Nell’incontro diretto con un soggetto riesce invece a rallentare, a fermarsi, a mettere fuoco con una sensibilità non comune per le pause tra le parole, le espressioni dei volti, creando una narrazione coinvolgente, anche nel commento sonoro. A volte sequenze sintomatiche pulsano, come quel rivolo di sangue sul corpo di Trapezia.

Interessante la sperimentazione con il collettivo Miami Safari negli spazi aperti o inusuali tra danza, suoni, installazioni video. Per gli artisti come Costa l’atelier è una stanza con un tavolo, poi servono le relazioni e le collaborazioni professionali per le produzioni complesse e le connessioni in mobilità con piattaforme digitali. Sarebbero utili “teatri atelier” dove mettere in scena e sperimentare le combinazioni tra fotografie, immagini in movimento, sceneggiature, suoni, corpi come avviene in Megamore I-II-III.

Ora Daniele sta lavorando a un progetto del 2018 che vinse il premio come migliore tesi ad Arti Visive allo IUAV. «Si tratta della realizzazione di un video al limite tra il documentario e la video arte in un hospice, con l’intento di fornire un’immagine dell’avvicinamento alla morte che il malato compie grazie agli operatori. Gli operatori in questo percorso hanno il compito di dare significato e dare un senso al vuoto che si palesa al termine della vita».

In molti dei suoi lavori l’invisibile è il sensibile, «quel calore che si muove tra le persone, un processo visivo che ci permette di osservare la vicinanza e la scrittura corporea». Con coraggio e intelligenza emotiva si mette alla prova avvicinandosi a quell’intimità che appena toccata riverbera e ci attraversa.