panorama

Simone Cametti

Roma 1982

Vive e lavora a Roma

Studio visit di Nicolas Martino

Simone Cametti ha studiato scultura all’Accademia di Belle Arti di Urbino, dove probabilmente ha imparato a instaurare una relazione agonistica con la materia. Guardando i suoi progetti, o meglio studiando le tracce delle sue ‘azioni’ ambientali, il primo riferimento che viene in mente è senz’altro quello alla Land Art americana. Non gli chiedo, però se alcuni di questi artisti abbiano influenzato in modo particolare il suo lavoro, preferisco farlo parlare e provare a trovare nelle sue parole e nelle opere la chiave di volta di un “fare” che risulta, al tempo stesso raffinato e impegnativo (faticoso, potremmo aggiungere, come una scalata o un’escursione nei sentieri montagnosi più impervi).

Ciò che salta all’occhio è la precisione cristallina della restituzione formale di ogni suo progetto, insieme allo spiccato senso dello spazio (anni fa mi capitò di vedere l’allestimento di una mostra di studenti curata da Simone – l’insegnamento è parte, per ora marginale, della sua attività, probabilmente per l’incapacità delle istituzioni che si occupano di formazione artistica di mettere adeguatamente a valore i suoi talenti, quando se li trovano fortunosamente tra le mani – senz’altro il miglior allestimento che si possa desiderare per una esercitazione accademica), e la mancanza di sbavature che sembrano essere determinati da una qualche sorta di ossessione matematica.

Alla fine della visita, subito prima di andare via, intravedo qualcosa che mi incuriosisce particolarmente perché mi sembra ‘diverso’ da tutto il resto ed è lì, in quel progetto, che mi sembra si possa trovare quella chiave di volta che andavo cercando. Si tratta di Tina, un lavoro del 2017 dedicato alla cantate italiana Tina Allori, che conobbe il successo negli anni Cinquanta. Il video mostra lo spazio enorme delle cave di granito in Norvegia dove, grazie a una serie di microfoni ambientali e un giradischi, risuona la voce struggente della Allori che canta la versione italiana di una canzone di Gilbert Bécaud. Si tratta di un brano della fine degli anni Cinquanta nel quale le parole rimandano al rimpianto per ciò che non è stato ma sarebbe potuto essere e, ascoltandolo, immediatamente si è rimandati alla storia, o meglio alla contro-storia, di quel miracolo italiano – sono gli anni del successo della Allori – raccontato con rabbia da Bianciardi e Pasolini: ciò che questo Paese sarebbe potuto essere e non è stato, il fallimento di quella trasformazione antropologica e di quel “sorpasso” magistralmente tradotto in immagini da Risi e Gassman, la distruzione di un paesaggio e quindi di un mondo in cambio di una malintesa modernizzazione senza sviluppo. È un lavoro intimo, la Allori era la nonna di Cametti, attraverso cui l’artista ricostruisce la storia della sua famiglia e la sua memoria personale, ma che rimanda anche alla nostra memoria collettiva e a quella di questo Paese, alle origini del suo disastro contemporaneo. È da qui, penso, che si riescono a capire meglio anche tutte gli altri lavori che sono sempre azioni nello e sullo spazio, sfide fisiche e personali con la materia, gli ambienti naturali e la memoria, sopravvissuti in qualche modo al terremoto del tempo. Ecco allora che anche Casa Cametti – il suo progetto più conosciuto e longevo che va avanti dal 2015 ed è tuttora in corso – realizzato per Dolomiti Contemporanee nella ex colonia Eni di Borca di Cadore, rimanda alla stessa storia con il tentativo, da parte dell’artista, di ricostruire una qualche forma di vita quotidiana e personale proprio lì dove, della storia e dei sogni di Mattei, e lo stesso potremmo dire per la Olivetti a Ivrea, rimangono solo macerie.

Riattivare un ‘tempo vissuto’ dentro le macerie della Storia, riappropriarsi di quei paesaggi che la modernizzazione ha relegato ai margini della nostra esperienza se non rovinato irrimediabilmente (pensiamo alla cementificazione delle coste o alla costruzione delle periferie come città-dormitorio), riportando la luce – elemento essenziale della poetica di Cametti – dove è stata spenta. Mi sembra essere questa la chiave del lavoro di un artista che si segnala per lavorare in maniera particolarmente consapevole sulla questione, oggi sempre più fondamentale, del paesaggio. Andando via mi rimane il dubbio che manchi un’insistenza maggiore sulla politicità di questo lavoro, dove per politica si intende la dimensione collettiva dei nostri desideri, delle nostre biografie e delle nostre sfide personali. Un’insistenza che potrebbe dare ancora più solidità concettuale a questa proposta artistica.