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panorama

Giulio Bensasson

Roma 1990
Vive e lavora a Roma
Studio visit di Marco Bassan
10 gennaio 2024

Nel primo studio visit condotto da Daniela Trincia a Giulio Bensasson è emersa una sua particolare capacità di saper trattare tematiche profonde ed esistenziali attraverso l’utilizzo di una tecnica disciplinata e rigorosa, che riesce a restituire un forte impatto visivo sul visitatore. I recenti premi vinti (Talent Prize e premio Wide Group alla Biennale di Gubbio) sono l’occasione per sviluppare una seconda analisi critica del suo lavoro, per capire come sia evoluta la sua ricerca e il rapporto, nelle sue opere, tra capacità realizzativa e poetica interiore.

Nel corso della sua formazione Bensasson si è lasciato ispirare da diversi maestri del Novecento e in particolar modo da Burri e Fontana e da Manzoni, di cui si rintracciano alcune inflessioni ironiche e dissacranti; ha guardato ai grandi artisti dell’arte povera e in particolar modo a Giovanni Anselmo, che per primo ha portato il dinamismo della forma organica di una foglia di insalata all’interno della storia della scultura. E uscendo dai confini nazionali: ha studiato alcuni degli Young British Artist e Damien Hirst in particolare, per la sua capacità di utilizzare la natura per creare immagini iconiche, veicolate a un pubblico ampissimo.

Da questi riferimenti prende avvio la ricerca dell’artista che, da tematiche universali, si è sempre più raffinata nel tempo, portandolo a esplorare il rapporto tra atto creativo come gesto esistenziale e l’inevitabilità dell’errore. Questa idea è di fatto il punto di partenza della sua pratica, declinata in soluzioni scultoree e installative differenti, accomunate però dal desiderio di intrecciare il concetto che noi umani abbiamo dell’errore come limite rispetto a quello previsto dalla natura, che si nutre della casualità e della imprevedibilità nel dipanarsi degli eventi. Una ricerca che ha portato Bensasson a realizzare opere di cui è, a tutti gli effetti, co-autore insieme con organismi naturali e di cui imposta i processi iniziali, per poi lasciare che evolvano autonomamente sotto l’effetto degli organismi coinvolti. Fiori, muffe e funghi si riproducono o marciscono sotto la stretta osservazione di Bensasson che, con approccio scientifico, indaga gli esiti delle sue ricerche, usando l’ironia e lo stupore come strumenti di dialogo con il pubblico.

Dopo la grande colonna di cinque metri realizzata per la Biennale di Gubbio, l’artista sta concentrando la propria ricerca sul concetto di anti-monumento, sviluppando progetti che mirano a ribaltare la retorica delle narrazioni legate al potere e alla Storia, continuando però ad avvalersi della monumentalità.

Può capitare che il visitatore, abbacinato dalla potenza iconica e tecnica dei lavori di Bensasson, si fermi a questa, senza immergersi nei significati della sua ricerca. In effetti, fuggendo qualsiasi tipo di coinvolgimento biografico, il suo lavoro sembra, a volte, aver bisogno di «parlare la lingua dei demoni che filtrano le nostre idee» come dichiarato, peraltro, dall’artista stesso.

D’altra parte, la potenza pop delle sue opere, che si ispira a registi del mondo della fantascienza e dell’horror, è in grado di suggestionare il pubblico attraverso un linguaggio estremamente diretto.