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panorama

Dario Picariello

Avellino 1991
Vive e lavora a Milano
Studio visit di Elena Forin
23 febbraio 2024

Ho visto per la prima volta alcune opere di Dario Picariello a una fiera e i suoi lavori mi hanno colpita per la delicatezza e per l’attenzione alla tradizione, alla figura femminile, alla storia delle immagini e alla loro tutela. Ho deciso di avvicinarmi alla sua indagine senza preconcetti e ho letto il precedente studio visit di Angel Moya Garcia solo dopo aver incontrato l’artista.

La ricerca di Picariello è condivisa da artisti molto diversi tra loro per background e geografie e consiste nell’opposizione all’obsolescenza della cultura popolare che deriva dalla globalizzazione. Ben lungi dall’essere il nostalgico cantore di un passato dimenticato, Picariello intreccia l’interesse per questi immaginari e per tecniche tradizionali come il ricamo, con un’analisi sul valore della fotografia nel presente e sulle sue forme di comunicazione e trasmissibilità. Per capire quali tracce sono sopravvissute al tempo e alla digitalizzazione, inizia cercando su Pinterest immagini legate ai temi della propria indagine e le apre con un programma che non può leggerle. I tentativi di decodificazione generano versioni sempre diverse della fonte originale, restituita con errori e alterazioni. Proprio queste manomissioni ─ non prevedibili e non controllabili ─ interessano l’artista che sembra voler porre un interrogativo sulla reale accessibilità dei documenti e sulla loro fragilità.

Il lavoro sull’immagine non si esaurisce con questo processo, ad esso segue la stampa, per lo più su tessuto, il montaggio su strutture e telai, il legame con la parola attraverso il ricamo e, infine, la disposizione degli elementi così composti nello spazio. Ogni opera nasce quindi da un percorso concettuale, linguistico/politico e visivo imponente: nel caso del ciclo dedicato ai canti popolari, ad esempio, ogni fase dell’esistenza umana è analizzata attraverso testi e immagini reperiti online, ma anche attraverso la ricostruzione del contesto storico (ad esempio in tema di caporalato e lo sfruttamento del lavoro). A questa fase ne segue poi una manuale molto meticolosa che prevede il taglio di strisce di carta prese da libri che hanno un legame con l’immagine: sono questi i ‘fili’ con cui tesse le frasi sulle superfici delle opere e con cui compone il corpo materico che si trova sul retro dell’immagine. Le frasi ricamate spesso riportano nodi significativi dei canti e le parole stampate sui libri inseriscono un’ulteriore interferenza accentuando o contraddicendo o dettagliando ciò che le immagini non dicono.

Nel suo nuovo studio di Milano trovo una selezione di opere recenti, come i sette cicli sui canti popolari esposti al Con-vivere Carrara Festival. Si tratta di due installazioni: una serie di sculture fatte con le copertine dell’enciclopedia I mondi dell’uomo (con lastre di polvere di marmo al posto delle pagine, usate invece per ricamare i lavori del secondo ciclo) e una fatta di immagini legate ai canti popolari, stampate su tessuto, ricamate, appese a strutture in ottone e infine disposte nell’ambiente.

Altre opere appartengono a fasi precedenti, come quelle in cui la presenza dell’errore nelle immagini è data dalla stampa a contatto tra foto e tessuto e non dalla lettura di un file, o quelle che non impiegano immagini ma oggetti da set fotografico rimaneggiati e ricamati sempre con la carta.

La notevole capacità tecnica, la consapevolezza linguistica e una così raffinata realizzazione nascono dalla meditata lentezza con cui l’artista conosce il soggetto e ne comprende la possibile formalizzazione. L’impressione trasversale che si respira è quella di una certa coerenza: non un aspetto negativo, quindi, ma di cui forse è difficile immaginare il successivo approdo, il cortocircuito con cui sfidare il patrimonio tradizionale e contemporaneo con cui l’artista si relaziona quotidianamente.

A ben guardare però, nella solida continuità della sua ricerca, il valore del cambiamento emerge spesso e in tutti i casi si tratta di variazioni consistenti anche se mediate da elementi di persistenza, come ad esempio il ricamo. La presenza dell’artista all’interno dell’opera è senz’altro la mutazione più evidente: se agli inizi compariva come soggetto dei suoi lavori, oggi Picariello sveste i panni dell’immagine per diventare pura voce narrante. Proprio come un aedo, consegna infatti al tempo le storie di un patrimonio personale e collettivo, condividendo responsabilmente immaginari poetici ma anche contraddittori e fortemente drammatici.